“Io non sono un ladro di fiori”

Io sono nata e cresciuta a Mestre, e ci vivo ancora.

Credo sia opportuno chiarirlo fin da subito: non è una cosa di cui vado particolarmente fiera, ma nemmeno una cosa di cui mi lamento. A me, Mestre piace – una città più grande mi andrebbe stretta.

Mestre ha un bosco. Sissignori.

Tutti quei viaggiatori di passaggio che hanno in mente solo il panorama attorno alla stazione magari lo ignorano, ma Mestre ha un bosco, e pure molto grande. E bello, almeno per me: con alberi, piante, prati, canali, sentieri ciclabili e pedonali. Chi non lo conoscesse, o volesse saperne di più, trova qualche informazione qui.

Spesso, d’estate, mio marito e io andiamo a fare un giro in bicicletta nel bosco di Mestre (una volta, d’agosto, verso le otto di sera, delle lepri ci hanno tagliato la strada, tanto per dire).

C’è un angolo di questa vasta area verde, che ha il potere di raccontarmi una storia, e una storia che mi colpisce ogni volta, dritto al cuore. E’ il Bosco di Zaher.

Zaher Rezai è un ragazzino o forse un ragazzo afghano (i documenti dichiaravano 13 anni, la struttura fisica ne tradiva una manciata in più), che ha abbandonato il suo paese in guerra per trovare una nuova vita in Europa. Il 10 dicembre 2008, dopo essere sbarcato da una nave nel porto di Venezia, si è aggrappato al fondo di un camion per sfuggire ai controlli di frontiera. Ha resistito per un po’, poi le sue braccia di ragazzo hanno ceduto: a Mestre, Zaher è caduto ed è stato travolto dal camion. E’ morto, sulla soglia del suo sogno.

Una storia drammatica e insieme banale, come se ne sentono tante di questi tempi. Solo che di solito la tomba è il mare, non l’asfalto. Ad ogni tragedia inorridiamo, ci indigniamo e poi dimentichiamo. Ma Zaher non è un tipo che si fa dimenticare.

Addosso gli hanno trovato ben poche cose, ma questo ragazzo – che di certo non ha avuto un’istruzione regolare – possedeva un taccuino. Amava la poesia, Zaher Rezai, e nel suo taccuino ha scritto versi bellissimi.

Alcuni sono riportati su un cippo che lo ricorda, in quella parte del Bosco di Mestre che deve a lui il suo nome. Non ci è dato di sapere se quei versi siano suoi, o li abbia sentiti e ricordati, ma la loro bellezza getta una luce calda e struggente su questo coraggioso e sfortunato ragazzino migrante, che sognava una vita piena di bellezza e amore. E che ha accompagnato se stesso nel suo drammatico viaggio incoraggiandosi e confortandosi con la poesia.

Prendo a prestito le parole di Zaher (che trovate qui), per dedicarle a tutti quegli esseri umani che affrontano un viaggio per trovare la vita, senza sapere se ce la faranno.

Tu porti il profumo delle gemme che sbocciano, sei come un fiore di primavera

Mi faccio per te inebriato e felice quando vieni a cercarmi

È dolce il tuo affetto amo parlare con te

Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato.

Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori, io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi

Questo corpo così assetato e stanco forse non arriverà fino all’acqua del mare.

Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino, ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.

Oh mio caro, che dolore riserva l’attimo dell’attesa ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.

 (A chi volesse farsi un’idea del viaggio di Zaher consiglio il libro di Fabio Geda, “Nel mare ci sono i coccodrilli”, Dalai Editore. Racconta la storia di Enaiatollah Akbari, che fortunatamente ce l’ha fatta)

"io stesso mi son fatto rosa (Zaher Rezai)
“io stesso mi son fatto rosa (Zaher Rezai)

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