Mia madre è un’iperbole

[Disclaimer per conto terzi: questo post contiene alcuni vocaboli scurrili che mia madre non direbbe mai, se non fosse che ogni tanto le sfuggono, involontariamente]

KEEP CALM AND LOVE MOM

Se dovessi concentrare mia madre in una sola scena, ne sceglierei una drammatica e bellissima, che la descrive perfettamente.
Era la mattina in cui, all’ospedale di Udine, è morto papà. Mio fratello di mezzo e io, che nei giorni della degenza del babbo eravamo rimasti a Mestre, avevamo appena raggiunto mamma e nostro fratello maggiore, che invece erano lì da giorni, nella loro stanza d’albergo. Eravamo tutti sconvolti e piangenti. Ancora mi si blocca la deglutizione, ricordando la brioche che mamma voleva a tutti i costi farmi mangiare, visto che eravamo partiti da casa senza fare colazione.
E poi ricordo lei, che piangeva e si chiedeva piano: “Adesso cosa faremo? cosa faremo?”.

All’improvviso, si ferma, alza la testa, sospira, e dice: “Faremo quello che fanno tutti gli altri”. Credo sia una delle lezioni di vita più intense e importanti che ho ricevuto da lei.

Anche nel momento peggiore, non si sentiva destinataria unica di un’ingiusta maledizione, o vittima di un destino avverso ricevuto in esclusiva: riconosceva – e ci diceva – che quello che era appena capitato a noi, per quanto inatteso e terribile, faceva parte del bagaglio che l’essere “umani” mette sulle spalle di chiunque, fin dal primo vagito o anche prima. Quindi non eravamo vittime: stavamo semplicemente vivendo. Non eravamo nemmeno soli: l’esperienza del dolore è comune a tutta l’umanità. E per quanto in quel momento ci sentissimo cristallizzati in una sofferenza stordente, avevamo ancora un futuro, avevamo ancora quel “faremo”: perché il dolore non dura per sempre.

Mia madre è perfino più di questo. E’ un concentrato di resilienza, un talento puro per la felicità, un metro e sessanta di fantasia, sormontato da una zazzeretta candida che è un po’ il suo marchio di fabbrica (è diventata bianca molto presto). Ancora oggi fa cose che faceva quando noi eravamo piccoli, e con la stessa fresca soddisfazione – come mettere le mani a cannocchiale e guardare un punto lontano: “Guarda, sembra di essere in montagna, con tutto quel verde … guarda, sembrerebbe di essere in alto mare … se guardo il presepe così, sembra di starci dentro…”.  Ha fatto il giro del mondo, semplicemente cambiando punto di vista.

Mia madre è anche una straordinaria generatrice d’ansia. Quando aspetto un treno, io devo avere alle spalle un muro, una colonna o la garanzia che non ci sia nessuno dietro di me, grazie alla raccomandazione che mi ha fatto per anni, ogni volta che dovevo imbarcarmi su un mezzo pubblico: “Attenta che nessuno ti spinga sui binari / sotto le ruote”. Ancora oggi mi chiedo perché dovrebbe esistere al mondo gente che passa il tempo a spingere gli altri sui binari, o sotto le ruote dei bus, ma tant’è, il danno è fatto e io non mi sento mai del tutto sicura nelle stazioni. Del resto, tutte le mie (non molte) paure sono figlie delle sue – esattamente come il mio coraggio.

Il rossetto, poi. In qualsiasi occasione, qualsiasi impegno io mi trovi ad affrontare (da una riunione internazionale al cambio stagione nell’armadio), la sua raccomandazione è: “Mi raccomando, mettiti il rossetto!”: credo attribuisca al colore sulle labbra gli stessi superpoteri di uno scudo spaziale. Lo raccomanda a qualsiasi donna, dai sedici anni in su.

Mamma è anche un’equilibrista delle parole. Non tutte le evoluzioni riescono alla perfezione, ma sono sempre spettacolari. Come quella volta che (citando inconsapevolmente Alessandro Bergonzoni) iniziò il suo discorso con un convinto: “Io penso, e sono d’accordo, che…”. Ancora oggi la prendiamo in giro, ma sotto sotto invidiamo il suo essere d’accordo con se stessa: non è da tutti.

L’episodio più recente risale alla scorsa settimana. Io e lei in macchina, per il nostro giretto del weekend. In una rotatoria, un’auto mi taglia la strada con poca eleganza. Mia madre si inalbera, e urla al guidatore nemico un sonoro: “Stronzo!”, poi si gira verso di me e, per incitarmi a ricorrere al clacson, se ne esce con “Dagli una trombata!”.

Ho rischiato di tamponare, per il troppo ridere.

Un pensiero su “Mia madre è un’iperbole

  1. Che spettacolo…..l’ho già letta tre volte. Prima da sola, poi con due delle tue nipoti, poi con tuo fratello e l’altra tua nipote. Quando tornano i due nipoti maschi la rileggo anche a loro, perchè è veramente bella. Viva la zia e viva quell’iperbolona della nonna. Ciao Michela.

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