Un fortunato disastro (racconto semiserio)

[Questo è un pezzo di fantascienza, scritto per esercizio e per diletto. Ogni riferimento a fatti o persone reali è più o meno puramente casuale. ]

A distanza di qualche anno, le capitava di ritornare a quell’episodio ancora con una certa ansia. Lo ricordava come una delle lezioni professionali più vivaci che avesse mai ricevuto, seppure in parziale contumacia.

Era in vacanza con la famiglia in un campeggio croato, allora ancora abbastanza selvatico da avere una pessima copertura di rete. Il wifi funzionava a singhiozzo solo nell’area adiacente alla reception, dove la sera si affollavano decine di persone (soprattutto adolescenti) armate di smartphone o tablet, per la quotidiana dose di mondo digitale.

Il secondo giorno di ferie aveva ricevuto una telefonata dalla collega: “Houston, abbiamo un problema…”

“Che problema può esserci? Qui c’è sole, un mare stupendo, tanta tranquillità…”, aveva scherzato.

“Pinco Pallino è stato beccato positivo all’antidoping. Roba grossa.”

Pinco Pallino era appena stato messo sotto contratto dall’azienda, come testimonial, proprio per la sua immagine pulita e vincente: sport sano, atleta sano. E invece no. Ah. Che tempismo.

“Ci stanno chiamando i giornali, le televisioni, tutti”.

E’ un corollario della Legge di Murphy, pensò lei: se qualcosa può andare storto quando tu sei in ferie, lo farà.

“Ok. Niente panico. Ma occorre essere rapidi. Io rilascerei una dichiarazione in cui diciamo che, viste le circostanze, non possiamo continuare a collaborare con Pinco Pallino, ma ci auguriamo che la situazione si chiarisca al più presto e nel migliore dei modi, sia per l’atleta che per l’uomo. Punto.”

Silenzio dall’altra parte.

“Attribuisci il virgolettato al capo e poi spedisci, i contatti sono nella rubrica”.

“Veramente … abbiamo già rilasciato una dichiarazione”. Un brivido sottile le percorse la schiena. “Il capo ha chiamato l’agenzia di comunicazione, hanno preparato un testo insieme, e l’ho appena spedito ai media. Te lo mando via mail”.

Il tempo di correre sotto i pini marittimi nella zona reception, per afferrare il wifi ballerino, e ecco davanti ai suoi occhi un testo dal titolo “Non abbandoniamolo”, che iniziava rievocando in modo piuttosto elegiaco i successi sportivi dello sciagurato giovane e proseguiva (confusamente) con l’intenzione di comunicare che il rapporto con il reo confesso era giocoforza terminato. Non un vero e proprio comunicato stampa, piuttosto un tentativo di fottuto storytelling. Venti righe di buoni sentimenti, senza una sola informazione esplicita in grado di orientare concretamente il lettore. Le si strinse un cerchio alla testa. Richiamò la collega.

Guarda, profetizzo: nel giro di qualche minuto si dirà di noi, ovunque, che continueremo la collaborazione con Pinco Pallino, restando al suo fianco. E invece il nostro ufficio legale sta già valutando se chiedere un risarcimento per danni d’immagine, vero? Scriveranno l’esatto contrario di quello che noi intendevamo dire. Io non rientro più in Italia“.

Era una profezia facile, che si avverò in pieno (tranne che per il suo ritorno in patria, avvenuto poi come da programma). L’azienda restò per diversi giorni sulle prime pagine, assieme alla sciagurata vicenda, in veste di “premuroso-sponsor-che-non-abbandona-lo-sconsiderato-giovane-atleta“. Dal suo esilio croato, lei si limitò a sconsigliare ulteriori precisazioni ufficiali, e invitò piuttosto a rendersi invece disponibili per eventuali faccia a faccia con singoli giornalisti. La pratica già avviata dall’ufficio legale fu congelata per evitare ulteriori complicazioni.

A distanza di anni, poteva dire che quella vicenda le aveva insegnato più di qualcosa. Per esempio: cos’era andato storto?

Semplice: chi aveva pensato il messaggio non aveva nessuna conoscenza dei destinatari, né di cosa fosse significativo per loro. I giornalisti vogliono notizie, le cercano dove possono,  e l’unica informazione (peraltro piuttosto appetitosa) deducibile da quel testo era: noi non abbandoniamo. Ma era un’informazione errata.

Anche il linguaggio scelto era totalmente inadeguato. Del resto, era farina del sacco sbagliato: l’agenzia di comunicazione aveva fatto tutt’al più copywriting, non giornalismo.

Soprattutto, era sbagliato l’intento: non dare un chiarimento, ma mettersi in mostra.

Col senno di poi, però, non poteva dire che fosse stato un insuccesso.

Sui social media era stato tutto un proliferare di messaggi positivi, a lode della lealtà e dell’umanità dello sponsor, che non abbandonava il reo. Se questo rese possibile evitare una vera e propria emergenza, le lasciò però l’inquietudine di una buona fama conquistata senza alcun merito, e soprattutto non proprio fondata su una verità. L’inaspettato successo d’immagine le rese anche impossibile ripercorrere la vicenda a ritroso assieme alle persone coinvolte, per evidenziare loro le mosse sbagliate che avevano fatto lungo il percorso. La prima: provare a fare un mestiere non loro (che, per inciso, era il suo mestiere). La positiva risonanza dei loro sbagli li rendeva impermeabili a qualsiasi osservazione: “E’ andato tutto benissimo, che problema c’è?“.

E, in un certo senso, avevano anche ragione.

Fu così che portò a casa la lezione finale di tutta questa movimentata esperienza, una lezione che non avrebbe mai più scordato: professionalità e competenza sono indispensabili, quando ci si vuole incamminare verso il successo. 

Ma spesso ciò che risolve è la botta di culo.

indispensabile in qualsiasi kit professionale
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