Una storia qualsiasi.

Ero al primo anno di università, facoltà di Lingue e Letterature Straniere a Ca’ Foscari. Il corso di Tedesco 1 era sovraffollato (mai come Inglese, però), e frequentare le lezioni significava essere in aula almeno un’ora prima del loro inizio, per poter legittimamente aspirare a un posto a sedere nelle prime file.
Ero una secchioncella, ci tenevo alla prima fila. 

Quella mattina ero già in ritardo. Saranno state sì e no le sette e un quarto, e io mi affrettavo nelle calli semideserte: non volevo rischiare di restare in piedi o – peggio – di non riuscire nemmeno ad entrare in aula. Mi piaceva un sacco quel corso.

Indossavo il mio maglione preferito, color fucsia, un po’ aderente e con il collo alto. E portavo fieramente a spasso la mia nuova permanente tutta riccia (io che ho i capelli al massimo ondulati). Erano gli anni ’80, cercate di capire: ora stentiamo a crederlo, ma ci piacevamo così.

Sono in ritardo! Venezia è il regno delle scorciatoie. Per fare prima, mi lancio in una calle stretta stretta, una di quelle in cui, per passare in due, bisogna incrociarsi di sbieco.

E lo vedo, qualche metro davanti a me.

Sui quarant’anni, magro, appoggiato al muro, lo sguardo al tempo stesso vuoto e febbricitante. “Non c’è con la testa”, penso subito, e mi guardo attorno per vedere se c’è qualcun’altro, a quell’ora, in quella calle dimenticata da Dio. Nessuno. E lui mi fissa, cominciando ad avanzare verso me. Siamo vicini adesso, e lui – con il suo sguardo allucinato – scandisce bene le parole: “Fammi un pompino”.

Mi si gela il sangue, accelero e lo supero colpendolo leggermente di spalla. In quel momento un gruppetto di studenti imbocca la calle nello stesso verso da cui provenivo io. Io esco dalla calle e continuo praticamente a correre, col cuore in gola, fino al cortile dell’università. Lì finalmente mi fermo, e cerco di ritrovare il ritmo del mio respiro.

Non ne parlo con le mie amiche, anche loro lì per la lezione, non so come raccontarlo. Non l’ho raccontato per anni, io che riesco a ridere su qualsiasi disavventura.

Non è successo niente, e probabilmente quell’uomo non era davvero pericoloso – quindi mi è andata bene, rispetto a 6 milioni 788mila donne che in Italia, secondo i dati divulgati lo scorso giugno dall’Istat e dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale (tra di loro, il 5,4% ha subito le forme più gravi di violenza sessuale, come stupri e tentati stupri).

Però mi sono portata appresso per anni uno stupidissimo senso di colpa.

Perché la prima cosa che ho pensato, passato lo spavento, è stata che forse quel maglioncino fucsia era troppo vivace e troppo aderente.

Poi che quella permanente, di cui andavo tanto fiera, forse mi faceva sembrare una poco di buono.

E infine che, forse, per andare a lezione non era necessario mettersi il rossetto, neanche quello rosa perlato.

In qualche modo, mi attribuivo una parte di responsabilità nell’episodio. E invece non ne avevo proprio nessuna.

Ero semplicemente una ragazza che stava andando a lezione.

Oggi è il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

scarpe-rosse-femminicidio

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