10 cose che ho imparato dal basket

Non sono mai stata una sportiva: più il tipo dell’intellettuale, direi (con un non trascurabile fondo di cojonaggine, per usare un francesismo). Non ho nemmeno una particolare fame agonistica, e credo che questo sia il motivo principale per cui la mia unica esperienza di pratica sportiva seria fallì miseramente, tanti e tanti anni fa.

Ero alle medie. Mio padre, con l’occhio lungo di chi ne sa a pacchi (sic), credette di vedere in me – alta, dinoccolata e con piedi enormi (mia nonna mi chiamava Olivia, come la fidanzata di Braccio di Ferro) – promettenti tracce di talento cestistico, quindi pensò bene di iscrivermi al minibasket, con la Polisportiva Carpenedo. 

Premesso che gli allenamenti mi piacevano un sacco, davvero!, l’aspetto più divertente della faccenda è che ci veniva anche mia cugina Silvia, e ci vestivamo uguali. Peccato che lei fosse mora, minuta e graziosa come Heidi: Heidi e Olivia, immaginate che coppia. C’era anche chi riusciva a scambiarci per gemelle, ma questa è un’altra storia.

Gli allenamenti erano nella palestra della nostra scuola media. Quando finivano, i nostri genitori venivano a prenderci , e sulla via verso casa facevamo sempre una sosta ritemprante nella migliore pasticceria del quartiere.

Sì, decisamente amavo andare agli allenamenti.

Sfortuna volle che Silvia e io fossimo salite su un carrozzone già ben avviato: l’allenatore – un tizio strano che urlava tantissimo – aveva già selezionato la prima squadra, e si concentrava soprattutto su quella. Quindi riscaldamento e esercizi tutte insieme, ma quando si trattava di giocare, anche solo per allenamento, in campo finivano sempre le stesse. E questo, alla lunga, finì per affossare del tutto la mia già non focosissima motivazione.

Ad essere sincera, una volta entrai in campo durante una partita vera: furono i 5 secondi più entusiasmanti della mia carriera sportiva. Il tempo di entrare, andare in ansia da prestazione, ricevere il pallone e rilanciarlo come se bruciasse alla prima che passava. Peccato che fosse una delle avversarie. Ottimo passaggio, comunque.

Conclusa senza drammi l’esperienza con la Polisportiva Carpenedo, il basket e io ci siamo serenamente avviati su strade diverse, malgrado – e lo rivendico con orgoglio – tra i miei compagni di classe ci fosse Federico Casarin, gloria del basket italiano e attuale presidente dell’Umana Reyer Venezia, mia squadra del cuore (non è karma, questo?).

Il basket e io ci siamo ritrovati durante i play-off di LegaDue nel 2011, quando ho cominciato – quasi per caso – ad andare al Taliercio assieme a mio marito, per le partite domestiche della Reyer.

E improvvisamente, come un fuoco che covava sotto la cenere, è esplosa la passione.

Da allora, le mie assenze dal palazzetto si contano sulle dita di una mano: il basket mi ha presa, più di quanto avesse fatto nella mia preadolescenza.

Penso davvero che la pallacanestro sia lo sport più bello del mondo(*).

E anche se non posso onestamente affermare di essere un’esperta, credo di poter fare un primo bilancio di questa passione ormai pluriennale, e stilare la mia personale lista delle

10 cose che ho imparato dal basket.

  1.  Ventiquattro secondi sono un’eternità. In altre parole: non è quasi mai il tempo che manca, ma piuttosto la  capacità di usarlo bene, senza sprecarlo, e possibilmente con un obiettivo.
  2. Non puoi ipotizzare come andrà a finire il match basandoti sul punteggio del primo quarto. Tutto può cambiare, anche a trenta secondi dalla fine. Una squadra che sta perdendo può riassestarsi e vincere: non è un bel messaggio di speranza anche per le nostre vite lontane dal campo da gioco?
  3. Il talento del singolo giocatore è importante, ma conta di più l’alchimia di squadra. Altrimenti è un po’ come piantare un ottimo seme su un terreno arido: ciaone. Il buon gioco non si costruisce soltanto in campo, ma anche fuori dal campo, nello spogliatoio e persino nel tempo libero. Perché siamo tutti esseri umani, e funzioniamo bene solo se funzionano bene le nostre relazioni.
  4. Vuoi vincere? Devi attaccare e devi anche difendere. In altre parole: devi fare tutto quanto è in tuo potere per raggiungere i tuoi obiettivi. Una cosa sola potrebbe non bastare. Diamoci dentro.
  5. Comunque sia l’arbitraggio, non è mai quello che determina davvero l’esito della partita. Un signore come Charlie Recalcati lo sa benissimo, e infatti non cita mai questo fattore nelle interviste post partita, anche dopo una sconfitta (e anche se la curva ha cantato tutto il tempo “Anche oggi un arbitro di m#@]a …“). Il basket è uno sport a bassissimo tasso di vittimismo, e quanto c’è da imparare da questo! (Capito, calcio?!?!)
  6. Vale sempre la pena farsi sentire. Per chi è in campo: una chiaccheratina con l’arbitro (con rispetto, evitando scene da fallo tecnico alla panchina, magari), in caso di azione dubbia, conviene farla. Per il pubblico: far sentire la propria vicinanza alla squadra e mettere un po’ di pressione psicologica agli avversari (nel rispetto reciproco, sia chiaro… ehm…) è qualcosa che paga sempre. Per tutti: un po’ di coraggio, suvvia, e facciamo sentire la nostra voce un po’ più spesso, in tutti i contesti. Sisammai.
  7. I fondamentali sono importanti. Riconosci quali sono i tuoi, e mandali a memoria, perché la partita della vita può essere decisa anche dai tiri liberi (sbagliati).
  8. Viva la curva nord: i supporter servono, eccome. Circondati di gente che fa il tifo per te e ti incoraggia. E che, se serve, ti manda anche a quel paese, ma solo perché vuole il meglio per te e per sé.
  9. L’orgoglio e la passione possono fare miracoli: ci sono giocatori che ripescano una partita dal fondo del pozzo, prendendosi la squadra sulle spalle e trascinando tutti a riveder le stelle. Qualche nome a caso? Phil Goss. Lo amo, punto. Oppure Alessandro Gentile. Lo odio, punto – ma è indiscutibile. Quindi mettiamo un po’ di orgoglio e tanta passione in quello che facciamo, dai.
  10. Bisogna essere generosi quando si vince, e coraggiosi quando si perde. Uno dei miei momenti preferiti al Taliercio è quando la squadra fa il giro del campo dopo la partita, stringendo le mani dei tifosi. Cosa facile e festosa in caso di vittoria, ma che immagino costi un bel po’ di fatica in caso sconfitta, magari dopo un match molto combattuto e col pubblico che contesta. Però vedere un Hrvoje Perić o un Josh Owens che trovano sempre il tempo di fare gli autografi e le foto con i bambini, beh … te li fa amare un po’ di più.

Buon basket a tutti. E sempre forza Reyer.

(*) Il fatto che la maggior parte dei giocatori abbia un fisico da paura incide soltanto in minima parte su questa mia ferma convinzione.

 

ress

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...