L’ultimo concerto.

[Questo post fa parte della #sfidadei30giorni che ho iniziato ieri con questo post.]

Per cinque anni della mia vita, io ho cantato in un coro gospel. Una cosa seria: prove due volte alla settimana, dopo cena, e concerti in giro per il Nord Italia, una volta superato il periodo di rodaggio.

Era faticoso: dopo una giornata di lavoro, una cena veloce o il digiuno, salivo in autobus, arrivavo a Venezia, e camminavo mezz’ora per raggiungere la chiesa evangelica dove facevamo due ore di prove intense. Tornavo a casa verso mezzanotte, e il giorno dopo c’era di nuovo il lavoro.

Era faticoso, ma davvero entusiasmante.
Credo abbia anche a che fare con il respiro: cantare ti costringe a farlo in modo ottimale, di diaframma, in profondità, e questo fa bene a prescindere.
Poi c’era la compagnia… io stavo tra i contralti, anche se fin dal provino il direttore aveva definito la mia voce come “difficile da inquadrare” (e in effetti ho sempre avuto il sospetto di essere un soprano deviato su una via meno ripida, che raramente conduceva alle note più alte); poi c’erano i soprani, molti tenori e un ristretto manipolo di bassi (i bassi autentici sono merce rara). E naturalmente c’era lui, il carismatico direttore e fondatore del coro.
Durante le prove si parlavano due lingue: l’inglese dei testi di quasi tutto il repertorio, e il veneziano per tutto il resto. Era buffo. Ridevamo un sacco, e anche questa è una cosa che fa respirare bene.

Non un solo momento di quei cinque anni mi è pesato, e ricordo ancora quell’esperienza come uno dei periodi più importanti della mia vita. Cantare in un coro è molto formativo – o almeno lo è stato per me. Ed era una cosa che amavo davvero fare.

Eppure.

Era il dicembre del 2005, in calendario c’era un grande concerto proprio nel teatro della mia città. Ci tenevo particolarmente. La scaletta era stata divisa in due tempi: nella prima parte, metà del coro – la mia metà – avrebbe proposto dei brani più tradizionali, indossando la caratteristica tunica dei cantori gospel. La seconda parte del concerto, invece, era dedicata a brani più moderni, con l’altra metà dei coristi – i migliori – vestiti “in borghese”. Finalone tutti insieme.

Fu un bellissimo concerto, con il pubblico in piedi per l’entusiasmo, e andò tutto molto bene. Sul palco, mi ero sentita a mio agio, avevo cercato di dare il meglio di me. Ma qualcosa non quadrava, non mi sentivo davvero coinvolta dall’energia che circolava nel coro, e tra il coro e il pubblico. Fu così fino alla fine, anche mentre ci inchinavamo ringraziando per quel fiume inarrestabile di applausi.

Una breve sosta nei camerini, per cambiarmi, un saluto agli altri coristi, e mi ritrovai all’aperto, diretta verso l’auto parcheggiata poco distante. E improvvisamente fui consapevole che qualcosa era finito, una passione si era spenta (non improvvisamente, no, c’erano stati dei segnali prima, ma non ci avevo fatto troppo caso), al punto che nemmeno una serata perfetta come quella era in grado di farmi sentire davvero felice, davvero compiuta, davvero a casa.

Smisi di frequentare il coro, raccontando a me stessa e agli altri che era solo una pausa per ritrovare l’energia. Ma quello fu il mio ultimo concerto.

Mani joysingers

Un pensiero su “L’ultimo concerto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...