Amleto in blue jeans

[Questo post fa parte della #sfidadei30giorni che ho iniziato qui.]

Quando ero alle medie, mio padre – che doveva avere una discreta stima di me – mi regalò l’opera completa di William Shakespeare nell’edizione Einaudi (compresi i Sonetti, con testo originale a fronte). La conservo ancora: sono forse gli unici volumi che mi hanno seguita in tutti i traslochi, con le loro pagine leggere e piacevolmente ingiallite, e con le sovracopertine lucide un po’ rovinate. Dovessi ridurre tutta la mia biblioteca a due voci, terrei la Bibbia e Shakespeare (piangendo un po’ sui romanzi di Tolkien).

Alle medie, quindi, io leggevo Shakespeare in italiano: un’impresa così sproporzionata alla mia età, che mi capitava perfino di leggere le parole in modo sbagliato.
Prima di incontrare Giulietta, un depresso Romeo in meditazione sul suo infelice amore per Rosalina (non è che Romeo sia poi un campione di costanza, io ve lo dico), si nasconde ai suoi amici che lo prendono in giro, e dice tra sé: “Irride alle cicatrici chi mai non conobbe ferita…“. Ecco, io leggevo “iride“, come quella dell’occhio, e non capivo il senso della frase – ma continuavo a leggere.

E, alle medie, ho letto per la prima volta Amleto. E riletto. E riletto, anche negli anni a seguire. Ero affascinata dalla vicenda.
Amleto mi stava profondamente antipatico, in realtà – un ragazzo viziato e violento, a mio modo di vedere. Non capivo proprio come Fortebraccio, alla fine, potesse definirlo “dolce principe” (se non per la cinica gratitudine di uno che ti ha appena soffiato il regno). Ma “sentivo” la sua ferita, e in qualche modo capivo le sue scelte, la sua disperazione, la sua sete di vendetta. Lo detestavo nelle scene in cui tratta male Ofelia, però immaginavo il suo tormento: il tormento di un uomo che vuole amare, ma se lo impedisce perché l’amore sarebbe d’intralcio al suo progetto razionale.

Avevo persino cominciato ad immaginare una messa in scena dell’opera – io, che non ho mai avuto il coraggio di recitare in pubblico neanche le poesie di Natale. Era una messa in scena a misura di tredicenne, quindi il mio sarebbe stato un “Amleto in blue jeans”.

Poi, ho cominciato a sognare qualcosa di diverso. L’ecatombe finale mi pareva uno spreco di troppa gioventù, di troppa vita: la povera Ofelia, suo fratello Laerte, lo stesso Amleto. E poi la regina, il malvagio re Claudio, e anche il buon e ottuso Polonio, per non parlare degli sfigatissimi Rosenkrantz e Guildenstern – troppi morti, davvero, oltretutto per consegnare il regno di Danimarca (dove, l’abbiamo intuito, c’era del marcio) alla vicina Norvegia.

Così ho cominciato a sognare di riscrivere l’opera, immaginando che Amleto si stancasse della propria disperazione, e della morte che l’accompagnava, e dicesse allo spettro del padre, sulle mura del castello: “Padre, lo so… tuo fratello te l’ha giocata sporca, avvelenandoti nel sonno, seducendo la tua vedova, accaparrandosi la corona … capisco che tu sia arrabbiato, ma ti dò un consiglio: perdona, dimentica i vivi, e passa oltre [ndr. questa frase mi è stata scippata in tempi più recenti da una nota serie televisiva americana, ma sono magnanima e li ho lasciati fare]. Per conto mio, non sacrificherò la mia vita al tuo progetto di vendetta: perdonerò mia madre e mio zio, che affiderò alla giustizia per i suoi crimini contro di te e contro il nostro regno. E vivrò la mia vita, riconciliata e quotidiana. Sposerò Ofelia, che magari non è sveglissima, ma è tanto carina, buona e amabile. Avrò dei figli a cui insegnerò a stare in guardia e a non serbare rancore, perché il rancore rende schiavi. Io vivrò la mia vita, e non sarò il tuo strumento di morte“.

In pratica: volevo riscrivere l’Amleto introducendo una parola di perdono all’inizio.
Ovviamente, non l’ho mai riscritto: anche perché una parola di perdono all’inizio di una tragedia fa sfumare la tragedia – il che per un drammaturgo, soprattutto shakespeariano, è oggettivamente un problema.

L’ambiziosa e mancata riscrittura di Amleto mi è tornata in mente qualche giorno fa, leggendo un articolo su Avvenire.it , che racconta come sulla Promenade des Anglais a Nizza, all’indomani della strage del 14 luglio, sia sorto spontaneamente un “Memoriale dell’odio” verso l’assassino.

[…] Perché ci turba questo gesto, così piccolo a fronte della enormità perpetrata a Nizza? Mohamed Lahouaiej Bouhlel, assassino, forse in cerca di una presunta gloria da martire, non ha compiuto quanto di peggio possa fare un uomo? Certamente sì. Eppure, eppure ci sono codici non scritti, fra noi, che abitualmente si rispettano. La pietà, o almeno la non aggressività verso i morti, è fra questi codici del nostro Occidente in pace; nella memoria, magari vaga, di una tradizione cristiana che affida chi muore al giudizio e alla pietà di Dio – cose in cui è meglio che noi uomini non mettiamo voce. Qualcosa dunque normalmente ci frena nel lanciare insulti su una tomba; in qualcuno ancora, forse in pochi, perfino un senso di umiltà di fronte alla immensità del mistero del Male, che, come a Nizza, a volte si impadronisce degli uomini, e li muove come spietati burattini. Ma tutto ciò non c’è stato l’altro giorno sulla Promenade des Anglais, qualcosa dei nostri codici non ha funzionato.

E questo ingenera smarrimento, all’idea di cosa potremmo diventare; ma anche paura, perché quel piccolo focolaio di odio ne alimenta altro, e c’è qualcosa di peggio perfino degli attentati o del terrorismo: l’odio nel cuore di un popolo, che insinua germi di guerra civile. Verrebbe da dire, guardando quelle immagini di sputi, quel fiore di odio, che in quest’ora c’è più bisogno che mai di cristiani. Che non sputino, non insultino i morti, e nemmeno gli assassini; che non promettano vendetta, che non si lascino travolgere e stravolgere, nel sospetto e nella paura, dall’accecamento che vede nemici in chiunque è diverso. C’è bisogno, per continuare a vivere in questi giorni di buio, di cristiani che non smettano di riconoscere in ciascuno un uomo, e un fratello. […]

Ci sono tragedie che dovremmo davvero riscrivere, per rispetto della nostra umanità e per amore dei nostri figli.

Amleto

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