Profumo di ciambella (e un’ostinata felicità)

[Questo post fa parte della #sfidadei30giorni che ho iniziato qui. E continua una storia iniziata qui. Chissà dove arriveremo, di questo passo!]

Non sai mai quando viene, e non sai mai quando se ne va“, pensò Elisa scorgendo nella penombra del salotto suo padre insaccato nella poltrona, con lo sguardo fisso verso il televisore spento. L’immagine della tristezza.

Il cuore di Elisa si accartocciò un pochino, di fronte a quello spettacolo. Fu solo un attimo: decisa a non farsi trascinare nella penombra, la ragazza raddrizzò la schiena, aprì bene le spalle, respirò a fondo, e si stampò sul viso un sorriso convinto.
Ciao papà!“, disse ad alta voce mentre accendeva la luce.
Suo padre si girò lentamente verso di lei, sbattendo le palpebre come se si fosse appena svegliato. Abbozzò un sorriso, faticosissimo, e ricambiò il saluto con un filo di voce, per poi tornare a fissare il vuoto.

Da quando era rimasto vedovo, tre anni prima, ogni tanto Roberto precipitava in se stesso, a volte anche per giorni interi, e nemmeno l’amore per sua figlia riusciva a scuoterlo dall’umore depresso. Diventava laconico, lento, quasi inespressivo. Poi, com’era arrivata, quella tristezza apparentemente invincibile spariva, e le cose tornavano alla normalità.

Elisa ormai sapeva che funzionava così: la tristezza arrivava, si impossessava di suo padre, e poi se ne andava. A volte ci voleva di più, a volte bastava poco – ma non c’era un modo di forzare le tappe, o almeno lei non l’aveva mai trovato.

Elisa odiava quella tristezza, e quel giorno più che mai.
Era arrivata a casa di suo padre tutta contenta, con un sacco di cose belle da raccontargli: sai, ho conosciuto un ragazzo, sai, si chiama Marco, mi fa ridere, sono stata da lui ieri sera e mi ha preparato una cena vegana, perché non sa la differenza tra vegani e vegetariani, però era buona, e lui è simpatico, e anche carino, e credo che nessuno mi sia mai piaciuto così tanto, forse lo amo, credo che ti piacerebbe, o magari no, saresti geloso, sono felice papà, sono felice e ho un po’ paura, papà, cosa devo fare?
E invece no: la tristezza stroncava in partenza qualsiasi conversazione. Elisa odiava quella tristezza.

Cosa posso fare? Cosa ti piace, papà? Con mamma ridevi un sacco, cosa ti faceva ridere papà? Cosa posso fare?

Quasi senza accorgersene, era arrivata in cucina. Era il posto della casa che più le ricordava sua madre, e quel ricordo la faceva stare bene. Era il luogo delle risate, dei sapori e dei profumi. Le tornò alla mente un profumo in particolare, e prese una decisione.

Controllò che il forno fosse vuoto, e lo accese regolando la temperatura sui 180 gradi.

Dal frigorifero prese gli ingredienti freschi: tre uova, un etto di burro e un bicchiere di latte. In dispensa trovò il resto: due etti di zucchero, tre etti di farina 00, una bustina di lievito per dolci e un’altra di vanillina. Tra le pentole e gli attrezzi da cucina che sua madre maneggiava con allegria e talento trovò il prezioso cimelio: uno stampo da ciambella liscio e un po’ vintage (o forse solo vecchio, visto quant’era ammaccato).
A colpo sicuro trovò anche lo sbattitore elettrico.

Mise a sciogliere il burro a bagnomaria: appena cominciò ad ammorbidirsi ne rubò un cucchiaino per ungere lo stampo, che poi infarinò leggermente.

In una terrina ruppe le uova, e le montò con lo zucchero usando lo sbattitore elettrico. Aggiunse il burro sciolto e intiepidito, la vanillina, e un po’ alla volta la farina setacciata insieme al lievito. Alla fine aggiunse il bicchiere di latte, sempre mescolando. 

Ricordava la ricetta a memoria: sua madre la chiamava “ciambella un – due – tre – olé!“, perché c’era un etto di burro, due di zucchero, tre di farina, e “olé il resto va da sé!“.
Si divertivano a prepararla insieme, ma alla fine la mangiava quasi tutta Roberto: la sua colazione preferita era caffellatte e ciambella un – due – tre – olé!
Diceva che il profumo gli metteva allegria.

Il forno era in temperatura. Elisa versò con cautela l’impasto – abbastanza liquido – nello stampo imburrato e infarinato. Lo sbatté con delicatezza sul tavolo, per livellare la superficie. E infornò, regolando il timer sui 30 minuti: avrebbe controllato la cottura con la tradizionale “prova stecchino”.

Imitando le mosse che aveva visto tante volte fare a sua madre, tirò fuori dalla credenza un piatto da portata. Cercò un colino piccolo e lo zucchero a velo: ci avrebbe spolverato la ciambella dopo averla tirata fuori dal forno, lasciata raffreddare per un po’ e tolta con delicatezza dallo stampo per metterla sul piatto colorato che aveva scelto.

Il profumo del dolce cominciò a riempire la cucina, e Elisa non poté fare a meno di sentirsi felice. “Tu hai talento per la felicità“, le diceva sempre sua madre, “talento e ostinazione. Conservali, da grande ti serviranno un sacco.

Improvvisamente, la ragazza capì cosa intendeva, e quanta ragione avesse: alla felicità serve un bel po’ di ostinazione, pensò, perché il mondo degli adulti congiura contro di lei. Se bastasse il profumo di una ciambella …

Ma un qualche potere, forse, quel profumo lo aveva: suo padre era comparso sulla porta della cucina, e la guardava con le mani in tasca e un sorriso un po’ sbilenco.
Per la sorpresa, Elisa non riuscì a parlare. S’illuminò e basta.

Mi fai anche il caffellatte?“, chiese Roberto.

alsaziana0_frolla

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