Giornate piene e fogli vuoti.

Sono le 23:08, e ho molto sonno. Ma sono davanti al computer per via della sfida dei trenta giorni: che voglia o non voglia, mi sono impegnata a scrivere un post di almeno 500 parole ogni giorno. Accidenti a me quando mi sono allargata così.

I primi giorni sono andati benone: avevo delle idee che mi ronzavano in testa, una bozza abbastanza avanzata, insomma un po’ di materiale semi-lavorato o almeno sufficientemente formato, da passare velocemente alle parole scritte.

Oggi ho solo l’ansia da foglio bianco. In testa: niente, zero, blank, vuoto, o al massimo l’eco di una voce che dice “Ehi! Stai per fare una figuraccia davanti ai tuoi quattro lettori!” (ne immagino quattro, perché sono naturalmente incline all’ottimismo).

È che la scrittura, per quanto mi riguarda, è un po’ come l’amore: una faccenda tutt’altro che lineare e costante.

Ci sono giorni in cui mi sento creativa e ispirata, e le parole fluiscono agili e coerenti, e ci sono giorni in cui mi sento inceppata e contorta, e le parole si danno alla macchia. Oppure mi prendono per i fondelli: in questo momento le uniche parole che mi girano in testa sono quelle del Concert in Central Park di Simon & Garfunkel (versione 1982).

Hello darkness, my old friend, I’ve come to talk to you again …

La realtà è che la giornata di oggi è stata piuttosto piena, e forse la mia scrittura ha bisogno di vuoti, per emergere.

Credo che sia sempre stato così: da piccola, quando mi mancava qualcosa, andavo nello studio di mio papà, dove c’era un tavolo molto alto. Sotto il tavolo c’era una lavagna, una di quelle vere, da scuola, con i gessi bianchi e il cancellino. Io mi mettevo seduta sotto il tavolo, e sulla lavagna scrivevo o disegnavo la cosa che mi mancava, e che avrei voluto avere. In certi momenti, questo generava una specie di pensiero magico, per cui in terza elementare mi ritrovai abbastanza convinta che quegli stivali che mi piacevano tanto tanto – con il nome di Sandokan inciso ai lati, una finezza! – mi fossero stati regalati dai miei genitori proprio in virtù del fatto che, prima, io li avevo disegnati sulla lavagna.

Ora che ci penso, forse è proprio la creatività che ha bisogno di spazi vuoti, per quanto mi riguarda. O di qualcosa che manca. Anche quando cantavo, anzi, anche quando canto: io canto soprattutto quando sono a disagio, oppure ho qualcosa che non va, non quando sto bene. Quando ho un’emozione da scaricare, o una ferita da curare. Il principio del blues, insomma. Se canto a squarciagola, probabilmente non è un buon segnale.

A volte mi chiedo se la disciplina può arrivare dove non arriva la creatività. Come in questo momento: senza un’ispirazione particolare, mi sono però seduta alla scrivania e ho cominciato a scrivere, semplicemente per tenere fede all’impegno che ho preso con me stessa. Metto giù delle parole, e mentre scrivo le ascolto, per cercare di capire, insieme a chi sta leggendo in questo istante, dove mi vogliono portare.

Per il momento, alle 23:37, mi hanno portato al traguardo di questo post scombinato. E perciò, la mia scarsa ispirazione ed io vi auguriamo la buonanotte.

Blank

 

 

2 pensieri su “Giornate piene e fogli vuoti.

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