Un circolo vizioso

Piano scendeva l’oscurità sulla città vecchia, e i miei timori aumentavano. Sarebbe davvero venuto? Dannazione, me l’aveva giurato: “Appena esco, vedrai, mi farò vivo!”, e poi aveva riso, con quella sua risata bassa, agghiacciante… Oscillavo tra barlumi di speranza e abissi di disperazione: forse non verrà, pensavo, è passato tanto tempo e avrà dimenticato… E un momento dopo: verrà, stanne pur certo, certe cose non si dimenticano in fretta.

Sicuro che gliel’avevo combinata grossa: per certi versi capivo che aveva tutte le ragioni per fare quello che aveva deciso di fare. Ma qualcosa dentro di me si ribellava, una vocina sottile mi suggeriva di darmela a gambe il più velocemente possibile. Paura? Vorrei vedere chiunque altro al mio posto! Era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere: in seguito la faccenda si sarebbe ripetuta, ma allora mancavo decisamente di esperienza e sangue freddo. Mi accorsi presto che l’agitazione mi impediva di pensare. Che diamine! In fin dei conti avevo ancora alcune ore a mia disposizione: dovevo affrontare la cosa con più calma. Feci allora una bella doccia calda, poi mi sdraiai sul divano e cominciai a leggere il primo libro che mi capitò a tiro. Era un romanzo che avevo acquistato qualche giorno prima in una vecchia libreria, soltanto per attaccare bottone con la commessa, una rossa niente male…

CAPITOLO PRIMO.  Thomas Fitz-Gerald era distrutto dal caldo. “Maledizione!”, bofonchiava sottovoce. “Scommetto che ho pescato l’estate più afosa che si sia  mai vista da queste parti… Visitate la Grecia, diceva il depliant , il Paese del’arte e del sole!”. Mentre si asciugava il sudore pensò che quelli dell’agenzia di viaggi avevano veramente poca fantasia: avevano scritto esattamente le stesse parole anche  sull’opuscolo illustrativo del viaggio in Italia. Altro bell’affare quello! “Ci giurerei d’aver beccato il Settembre più piovoso dal tempo degli antichi Romani!”. Decise che nessun Paese valeva la sua dolce Inghilterra. Con un sospiro pieno di nostalgia si avventurò nel labirinto di stradine bianche del villaggio. Bianco, bianco dappertutto: quasi lo accecava, tutto quel candore. E il cielo! Azzurro intenso, senza una nube, neanche una nuvoletta piccola così, tanto per sperare in un po’ di fresco. Ah, come gli mancava il verde della sua terra, e quel cielo sempre un po’ imbronciato (“Che motivo avrebbe per non esserlo? La vita è una grande fregatura, come i viaggi organizzati..”). Finalmente raggiunse il suo albergo. “Posta per me?”, chiese al portiere, un ragazzotto scuro scuro con due occhi profondi (“Non mi fido di questi meridionali”, pensò). Quello gli consegnò una lettera, e l’inglese riconobbe la calligrafia di sua moglie Edwina. Appena fu in camera, si sdraiò sul letto e cominciò a leggere, non senza aver prima azionato il grosso ventilatore da soffitto…

Mio caro Thomas, sono lieta di sentire che ti stai divertendo, lì in Grecia. In un certo senso questo non fa che accrescere il mio rammarico per non averti accompagnato, ma tu mi capisci, vero? Non avrei potuto lasciare casa proprio ora, con gli operai che vanno e vengono – ci stanno mettendo un’eternità per riparare il tetto! – e poi chi si sarebbe preso cura del piccolo Tommy? Sai bene che non è quel che si dice un bassetthound da viaggio… Comunque ora sta benone, e fa ciao ciao con la zampetta al suo paparino che è tanto lontano. Mentre scriveva questa frase, Edwina scoppiò a ridere: tanto lontano, il paparino, tanto lontano … Peggio per lui! Spero che il tempo continui ad essere bello anche per i prossimi venti giorni – venti miseri giorni prima di ritrovarsi tra i piedi quell’insopportabile brontolone ipocondriaco – Qui è abbastanza fresco, e il prato davanti a casa viene su che è una delizia. Odiava quel dannato prato, odiava quella casa, odiava quella città… Aspettava soltanto la telefonata di George per piantare baracca e burattini, e fuggire in America con lui. Mi resta solo il tempo di mandarti un saluto, anche da parte del piccolo Tommy lo stupido cane – non avrebbe certo pianto se fosse finito sotto una macchina. Cerca di divertirti finché puoi, vecchio balordo e torna presto.
Mentre firmava la lettera, Edwina sentì suonare alla porta. Due volte. Corse ad aprire, e si trovò davanti George. Gli si gettò tra le braccia, e stette immobile e silenziosa ad ascoltare il battito del suo cuore. “Amore…”, mormorò lui, porgendole un libriccino rilegato in pelle. “Cos’è?”, chiese stupita lei. “Amore, voglio che tu mi conosca a fondo, prima di affrontare una tale avventura insieme. Questo è il mio diario: voglio che tu lo legga, perché niente della mia vita ti sia nascosto…”.
Lei lo guardò con tenerezza, poi cominciò a leggere.

Diario di George Bradford.  Mi chiamo George Bradford, e sono nato a San Francisco da una famiglia dell’alta borghesia cittadina con la quale ho rotto i ponti molto presto.Credo di essere quello che si definisce un avventuriero, e nella vita ho fatto davverodi tutto. Già. Una volta mi è persino capitato di cimentarmi con la letteratura: ricordo di aver tentato di scrivere un romanzo giallo, che cominciava pressappoco così:

Piano scendeva l’oscurità sulla città vecchia, e i miei timori aumentavano. Sarebbe davvero venuto? Dannazione, me l’aveva giurato: “Appena esco, vedrai, mi farò vivo!”, e poi aveva riso, con quella sua risata bassa, agghiacciante… Oscillavo tra barlumi di speranza e abissi di disperazione: forse non verrà, pensavo, è passato tanto tempo e avrà dimenticato… E un momento dopo: verrà, stanne pur certo, certe cose non si dimenticano in fretta.

FINE…?

N.d.r.: la crisi creativa permane, così come la mia sfida dei trenta giorni… E allora ho ripescato una cosa scritta letteralmente nello scorso millennio. Non è proprio proprio barare, eh … È sempre farina del mio sacco!

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