Il discorso perfetto di Michelle Obama

Secondo Michael Moore, il prossimo Presidente degli Stati Uniti sarà Donald Trump. Tra le cinque ragioni che lo spingono a vaticinare questa vittoria, la numero 3 è definita “Effetto Hillary”:

Let’s face it: Our biggest problem here isn’t Trump – it’s Hillary. She is hugely unpopular — nearly 70% of all voters think she is untrustworthy and dishonest. She represents the old way of politics, not really believing in anything other than what can get you elected.

Stando a Moore, sono soprattutto i giovani a non apprezzarla. Tra i suoi detrattori, poi, ci sarebbero moltissime giovani donne: un doloroso paradosso per la Clinton e per tante sue coetanee, che hanno combattuto duramente perché alle generazioni più giovani “nessuna Barbara Bush potesse dire di tenere la bocca chiusa e andare ad infornare biscotti“.

In aiuto di Hillary Clinton, alla convention democratica, è scesa in campo la first lady uscente Michelle Obama. E lo ha fatto con quattordici minuti di discorso praticamente perfetto.

Michelle Obama

Comunicazione non verbale e uso della voce (entrambi ottimi) a parte, la costruzione del discorso è davvero notevole. In apertura, Michelle fa un endorsement al marito e contemporaneamente accredita se stessa come testimonial attendibile, rivolgendosi direttamente ai presenti (Remember how I told you about his character and his conviction? His decency and grace?). Per poi usare efficacemente uno storytelling che vede le figlie come protagoniste (… their little faces pressed up against the window …), prima nella loro vivacità infantile, poi nella loro condizione di giovani donne che crescono.

E qui arriva il primo richiamo potente:

Make no mistake about it, this November, when we get to the polls, that is what we are deciding. Not Democrat or Republican, not left or right. In this election, and every election, it is about who will have the power to shape our children for the next four or eight years of their lives. I am you tonight because in this election, there is only one person who I trust with that responsibility, only one person who I believe is truly qualified to be president of the United States, and that is our friend Hillary Clinton.

Michelle si fida di Hillary perché ha visto il suo impegno nei confronti dei bambini:

Not just her own daughter, who she has raised to perfection, but every child who needs a champion: kids who take the long way to school to avoid the gangs. Kids who wonder how they will ever afford college. Kids whose parents don’t speak a word of English, but dream of a better life; who look to us to dream of what they can be.

Trump non è mai citato da Michelle Obama, ma il pensiero va subito alle sue plateali chiusure nei confronti degli immigrati e, in generale, delle fascie più deboli della società americana.

Trump è evocato anche in un passaggio di poco successivo, quando la first lady dice che il prossimo Presidente degli Stati Uniti deve essere qualcuno che “conosce il mestiere e lo prende sul serio”, qualcuno che capisce che i problemi di una nazione non possono essere liquidati in 140 caratteri, perché – altro passaggio potente – “quando hai in mano i codici nucleari e comandi l’esercito, non puoi decidere d’impulso, non puoi essere suscettibile o incline a lasciarti andare. Devi essere calmo, misurato e ben informato“.
Il futuro dei nostri figli, è sottinteso, non può essere lasciato nelle mani di un irresponsabile come Donald Trump, mentre Hillary Clinton sa che “essere presidenti significa una cosa, e una cosa sola: lasciare qualcosa di meglio ai nostri figli“.

La parte più debole del discorso è forse quella in cui Hillary viene descritta come solida, resiliente e seria: molto simile all’immagine che chiunque ha della Clinton (a dispetto delle sue apparizioni al Saturday Night Live), e abbastanza lontana dall’empatia che il discorso di Michelle Obama le aveva fin qui attribuito.

Ma il capolavoro di Michelle è l’immagine che evoca verso la fine del suo discorso: quelle figlie cresciute in una casa costruita da schiavi e ora diventate giovani donne di colore, belle e intelligenti.  E consapevoli che una donna può diventare Presidente degli Stati Uniti d’America.

So that today, I wake up every morning in a house that was built by slaves. And I watch my daughters — two beautiful intelligent black young women — play with the dog on the White House lawn.  And because of Hillary Clinton, my daughters and all of our sons and daughters now take for granted that a woman can be president of the United States.

Hillary Clinton – che vinca o meno – ha di certo contratto un consistente debito di gratitudine con Michelle Obama, in virtù di questo discorso.

Che peraltro è opera di Sarah Hurwitz, parte dello staff degli Obama dal 2008, e dall’anno successivo dedicata esclusivamente a tradurre in parole i messaggi di Michelle.
Trentotto anni, una laurea alla Harvard Law School, prima di allora la Hurwitz aveva lavorato proprio per Hillary Clinton nella campagna contro Barack Obama.
E fu proprio il discorso con cui Hillary ammise la sconfitta a procurarle, due giorni dopo, la richiesta di entrare a far parte dello staff di Obama.

Michelle Obama è un avvocato di successo, e una comunicatrice abituata a confrontarsi con l’opinione pubblica, con i media e con le grandi platee: eppure, da sette anni si fa aiutare da un’esperta in comunicazione politica, che ormai la conosce talmente bene da sentire nella propria testa la voce della first lady, quando ripassa i discorsi che ha scritto per lei.

First lady (o Presidente) non ci si improvvisa. Sarebbe il caso che ci riflettessero su anche tanti politici di casa nostra.

 

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