Quale colonna sonora per l’informazione?

Avere presente la famosissima scena della doccia, nel film Psycho di Alfred Hitchcock? È tuttora una scena in grado di generare una grande tensione, e in qualche modo dà corpo a paure abbastanza irrazionali ma molto comuni: alzi la mano chi non ha mai provato almeno un lieve senso d’inquietudine tirando la tendina della doccia in una stanza d’albergo, magari uno di quelli in cui capita di andare per lavoro, da soli.
Quella scena ha generato un immaginario della paura che non è estraneo praticamente a nessuno.

Cinematograficamente parlando, è una pietra miliare, un capolavoro – a maggior ragione per le acrobazie visive che il regista inglese dovette immaginare per aggirare la censura (niente nudità esplicite, niente dettagli della violenza).

Una buona parte della sua efficacia è data dalla colonna sonora, quegli archi taglienti che Bernad Herrmann fece praticamente gridare. Ho provato a riguardare la scena senza audio, e l’impatto emotivo è ben diverso.

Forse vi è capitato di fare la stessa cosa, e sperimentare come la colonna sonora di un film svolga un ruolo essenziale nella costruzione della tensione e delle emozioni di noi spettatori.

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Molti film horror o thriller giocano con questa proprietà della musica: capita che una scena sia accompagnata da una sonorità che ci fa subito temere il peggio, poi questo timore si rivela infondato, e magari la scena sfuma in una risata o in un (temporaneo) allentamento della tensione. Ma sempre la colonna sonora è uno dei principali strumenti con cui un (bravo) regista ci porta a vivere la storia che sta narrando esattamente come vuole che noi la viviamo.

Ho ripensato agli archi di Bernard Herrmann e alle colonne sonore dei film horror in questi giorni, leggendo gli articoli che descrivevano l’uccisione di padre Jacques Hamel nella sua parrocchia di Rouen – ennesimo orribile fatto di sangue in quest’estate inquietante.

La cronaca è nota: due ventenni francesi, virtualmente affiliati allo Stato Islamico, sono entrati in una chiesa durante la messa, hanno preso in ostaggio le poche persone presenti, uccidendo l’ottantaquattrenne sacerdote che celebrava e ferendo gravemente un’altra persona, prima di essere uccisi dalla polizia.

È oggettivamente difficile negare che una qualche forma di odio religioso sia tra i moventi di questo crimine efferato. Che peraltro è subito stato descritto dai media – ben prima che ne emergessero i dettagli – come un attacco terroristico. I due assassini sono stati etichettati come terroristi, ancora prima che fossero riscontrate le loro simpatie per l’IS. E in qualche modo, anche solo per la vicinanza temporale, l’uccisione di padre Hamel è stata messa in relazione con la strage di Nizza dello scorso 14 luglio, e con quella dell’Olympiazentrum a Monaco di Baviera.

La sentite, la colonna sonora di questa narrazione che unisce fatti tragici di per sé distinti, costruendo nessi in gran parte arbitrari? Li sentite gli archi di Herrmann che stridono, facendo salire la nostra paura e il nostro ribrezzo? Sentite l’inquietudine e il senso di oppressione senza scampo che questa musica genera in noi?

Provate ad immaginare la stessa vicenda raccontata più o meno con le parole che ho usato qualche riga più su:

due ventenni francesi, fanatici religiosi, hanno aggredito e barbaramente ucciso un anziano sacerdote durante la messa, ferendo gravemente un’altra persona; i due assassini sono stati poi uccisi dalle forze dell’ordine intervenute sul posto.

La gravità del fatto resta, la condanna degli assassini anche, così come il dolore e la pietà per le vittime. Quello che viene a mancare è il carico di terrore indotto, quello che serve ad un regista per farci vivere questa storia esattamente come lui vuole che la noi la viviamo. E sappiamo benissimo, ormai, che lo Stato Islamico si autoproclama regista di qualsiasi azione colpisca il nostro continente.

Anche la vicenda di Monaco ci ha insegnato che i fatti possono essere raccontati con colonne sonore diverse: da un lato quella imprecisa, ripetitiva, roboante delle dirette fiume che mostrano e rimostrano gli stessi filmati da smartphone, e ripetono all’infinito una montagna di supposizioni, costruendo correlazioni basate soprattutto su opinioni personali (non c’è un canale televisivo che vi abbia rinunciato), dall’altro l’informazione precisa, pacata e circoscritta della Polizia di Monaco e del suo portavoce Marcus Da Gloria Martins.

È arrivato il momento che i mezzi d’informazione smettano di scrivere la partitura perfetta per il terrore che l’IS vuole seminare a casa nostra, e che è la sua unica vera arma. Scegliamo noi stessi la nostra colonna sonora.

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