Ventiquattro mesi.

Alcuni studiosi* affermano che l’innamoramento dura al massimo 24 mesi, poi per forza di cose finisce. Anche perché, sempre secondo alcuni studiosi (chissà se sono gli stessi), l’innamoramento è equiparabile ad uno stato patologico.

Sono perfettamente d’accordo.

In vita mia credo di essere stata innamorata davvero soltanto una volta, quella che mi ha portata a sposarmi (peraltro circa quattordici mesi dopo la dichiarazione ufficiale di reciproco innamoramento… Ragazzini imprudenti!).

Cioè: ricordo che altri mi sono piaciuti, qualcuno mi ha fatta stare bene, qualcun altro mi ha fatta stare male, credo che mi sia anche capitato di pensare qualcosa come “non potrò mai vivere senza di lui!”, ma poi ho vissuto benissimo, e soprattutto l’arrivo di quello che oggi è mio marito ha fatto evaporare i dettagli delle altre (non) storie.

Non sto esagerando: comparso lui, è scomparso il resto. Cancellato da una persona e una relazione che, per la prima volta in vita mia, mi hanno fatta sentire bene e in armonia con me stessa e con il mondo. E non eravamo nemmeno ragazzini, no: ci siamo conosciuti a quarant’anni, e sposati poco dopo. Anche se mio marito inorridirebbe (o inorridirà…) leggendo queste righe, credo di poter dire che è stato un grande innamoramento.

E per fortuna è finito.

Perché hanno ragione, quegli scienziati: essere innamorati è come essere malati, si rischia la salute. Nei primi tempi della nostra relazione io – che viaggiavo con il sorriso perennemente stampato in faccia e la testa tra le nuvole – ho tamponato due volte in città e rischiato un paio di volte in autostrada; mi sono fatta tagli alle dita e sul palmo di una mano, usando distrattamente i coltelli da cucina; mi sono procurata diverse piccole e dolorose ustioni sempre alle mani, maneggiando maldestramente le teglie nel forno caldo, le pinze del tostapane roventi, i fornelli accesi.

Una volta sono arrivata quasi al lavoro, per poi ricordarmi che avevo lasciato il computer a casa, e sono tornata a prenderlo: solo che io lavoro a sessanta chilometri da dove abito…

Se l’innamoramento fosse uno stato permanente, io a quest’ora sarei morta, fortemente invalida o dispersa lungo la A4.

L’innamoramento finisce. E qui tante coppie si perdono, perché magari nessuno gliel’aveva detto, o magari non ci avevano creduto. E restano ancorate a quei momenti in cui niente pesa, i difetti non contano, gli ostacoli non si vedono nemmeno, il corpo funziona che è una meraviglia, il resto del mondo è tagliato fuori e non ha nessuna influenza sulla relazione … Tutto questo cambia, che lo vogliamo o no.

E allora bisogna sapere, e se non lo sapete ve lo dico io, che l’amore è come un profumo: non si esaurisce nelle note di testa, le prime che percepisci e che ti “catturano”. Ci sono le note di cuore, e le note di coda – e sono queste che ne rivelano, con il tempo, non subito – la vera natura. A volte sorprendente, rispetto alle premesse e magari alle aspettative, ma è sempre quello stesso profumo, immerso nel tempo.

Ci vuole la pazienza e la fatica di stare lì a coglierle, quelle note – chi se ne va disorientato, appena il profumo cambia, rischia di perdersi la sua parte più vera.

(*) Vi prego di apprezzare la vaghezza delle fonti. “Alcuni studiosi”, tra le fonti attendibili, è seconda solo a “fonti vicine alla famiglia”.

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