Cena romantica per uno.

Ce l’aveva fatta, e in fin dei conti non era stato nemmeno troppo difficile.
Certo, ogni singolo passo gli era costato una fatica pesante e pensata, ma alla fine aveva portato a termine la sua giornata lavorativa, senza troppe ripercussioni sulla qualità dell’insegnamento. E senza che i suoi alunni avessero mostrato di notare i postumi della sbornia di tristezza da cui era appena emerso, complice il profumo di una ciambella.

Roberto ormai ci si era abituato: esattamente come sua figlia, sapeva che la tristezza arrivava, lo paralizzava, e poi se ne andava. Quello che non sapeva – da quando Marcella non c’era più – era come impedire che arrivasse, come impedire a se stesso di sentirsi all’improvviso perduto e inabile alla vita, o persino incapace di vestirsi in modo decente.

Quella mattina era arrivato a scuola talmente strapazzato, che una delle bidelle lo aveva fermato con un tocco leggero sul braccio, e gli aveva detto gentilmente: “Professore, lasci che la metta un po’ a posto, il colletto della camicia è tutto storto, sotto a quello della giacca …“. Era una donna sulla quarantina, ad occhio e croce. Bassina e burrosa, con gli occhi e i capelli scuri, e aveva una voce gentile. Nonché un decolleté di tutto rispetto.

Con sua somma sorpresa, e anche con un certo imbarazzo, Roberto si era accorto di aver fissato quella scollatura almeno un paio di secondi di troppo, mentre la donna gli sistemava camicia e giacca. “Grazie. Lei è nuova, qui?“, aveva chiesto, più che altro per cambiare discorso. Lei lo aveva fissato, con uno sguardo improvvisamente incupito: “Professore … ci salutiamo ogni giorno dall’inizio dell’anno!“. Se ne era andata senza più sorridergli.

Quello, però, era stato l’unico momento difficile di una giornata positiva. Tanto positiva, da avergli fatto venire voglia di premiarsi con una cena di lusso.

Si era fermato in pescheria, e aveva comprato un trancio di pesce spada fresco. Dal fruttivendolo aveva preso dei pomodori ciliegini, un vasetto di olive taggiasche e uno di capperi sotto sale. Si sarebbe regalato il suo cavallo di battaglia: l’unico piatto di pesce che sapesse preparare, una di quelle tre-quattro cose d’effetto che gli riuscivano bene, e con cui tanto tempo prima era riuscito a far credere a Marcella di essere corteggiata da uno chef.

Decise di resistere alla tentazione di invitare a cena sua figlia.
Aveva due ottime ragioni per farlo: Elisa era vegetariana, e non mangiava più né carne né pesce, e soprattutto aveva quel nuovo ragazzo che le ronzava attorno, quel tale Marco di cui gli aveva parlato la sera prima, mentre inzuppavano la ciambella un-due-tre-olè nel caffellatte.
Non pensava particolarmente volentieri ad un potenziale fidanzato della sua bambina, ma aveva abbastanza buon senso e fiducia in lei, per mantenersi a debita distanza da questa relazione nascente. Per il momento. E finché quel tizio si comportava bene.

Avrebbe cucinato per se stesso, si disse. Anche se sapeva già che avrebbe cucinato per se stesso e per Marcella, con cui intratteneva lunghe conversazioni nella sua testa, quasi tutte le sere.

Una volta in cucina, prese due padelle ampie e profonde, e in entrambe versò del buon olio extravergine di oliva e mise uno spicchio d’aglio sbucciato; accese il fuoco soltanto sotto ad una delle due, quella in cui avrebbe messo i vegetali.

Cominciò con i pomodorini, tagliandoli a metà e mettendoli a dorare nell’olio caldo.
Li giro con delicatezza per qualche minuto, e poi aggiunse il tocco che faceva la differenza: li spolverò con due cucchiaini di zucchero, e continuò a cuocerli ancora un po’, come per caramellarli leggermente. Poi aggiunse un bel po’ di olive taggiasche, sgocciolate dall’olio del vasetto: a Marcella piaceva tanto il contrasto tra l’amarognolo delle olive e il dolce dei pomodorini. Mescolò ancora un po’, per sposare i sapori, poi aggiunse un cucchiaio da tavola bello pieno di capperi sotto sale che aveva lavato sotto l’acqua corrente. Ancora qualche istante per amalgamare il tutto, poi spense il fuoco sotto la padella.

E accese quello sotto all’altra, iniziando contemporaneamente a scaldare il forno a 160 gradi. Quando l’olio fu caldo, versò il pesce spada tagliato a cubetti, lo rosolò leggermente, poi lo bagnò con del vino bianco e abbassò la fiamma al minimo. Cosparse con abbondante origano, mise un coperchio e lasciò cucinare piano.

Trascorsi circa dieci minuti, trasferì i cubetti di pesce spada nella padella con i pomodori, le olive e i capperi, mescolando dolcemente per qualche istante. Poi prese una piccola pirofila e ricoprì il suo interno con abbondante pellicola di alluminio,  vi trasferì il pesce e il suo saporito condimento, e richiuse l’alluminio a formare un cartoccio. Infornò il tutto, regolando il timer sui dieci minuti: giusto il tempo per preparare una polentina istantanea d’accompagnamento (bianca, come piaceva a Marcella).

Apparecchiò la tavola in modo spartano – tovaglietta all’americana, forchetta senza coltello (sarebbe stato inutile), un bicchiere reso opaco dai mille lavaggi – ma all’ultimo decise di accendere una candela (quella tonda, che piaceva a Marcella) e stappare una bottiglia di profumatissimo Gewuerz Traminer (che piaceva a lui).

Si servì un’abbondante porzione di pesce spada (quello che avanzava sarebbe stato ottimo anche il giorno dopo, eventualmente come condimento per una pasta), e tre cucchiaiate di polenta morbida. Cominciò a mangiare lentamente, gustando ogni boccone, come se quello fosse il primo pasto dopo un lunghissimo digiuno – e in un certo senso lo era.

Si versò un bicchiere di vino, e lo alzò verso lo spazio vuoto di fronte a lui. Ed eccola lì, come evocata da quel gesto: Marcella. La immaginò seduta davanti a lui, con i capelli biondi raccolti in una coda morbida, che le lasciava scendere delle piccole ciocche sul collo. Teneva una mano sotto il mento, il gomito sulla tavola, e lo fissava con quel suo mezzo sorriso tra l’affettuoso e il canzonatorio, gli occhi brillanti.

È buono, quel pesce?“, immaginò che dicesse.

Lo sai che è buono. Io sono un cuoco straordinario!“, rispose ad alta voce.
Gli parve di sentire davvero la risata vivace della moglie – e improvvisamente si sentì di nuovo triste e solo.

Mi manchi, Marcella“.

Fu l’immagine di lei a farsi seria, stavolta: “Lo so, Roberto. Ma è ora, è arrivato il momento di lasciarmi andare… Sei ancora troppo giovane per passare il tempo a rimpiangere il passato, e nostra figlia ha bisogno di te. Devi ricominciare a vivere sul serio”.
Roberto si spaventò alle parole che la sua immaginazione metteva in bocca a Marcella – perché era immaginazione, vero?

Non sono pronto, non voglio …“, disse piano.

Che tu lo voglia o no, è la vita, ed è più forte di qualsiasi cosa. Ci rivedremo, Roberto … Intanto addio“. La sua immaginazione gli fece vedere Marcella che si alzava dalla tavola e usciva dalla cucina scomparendo nel corridoio buio, dopo essersi girata ancora una volta verso di lui, con un sorriso dolcissimo.

Roberto chiuse gli occhi con un sospiro, sentendosi triste e consolato nello stesso tempo. Una piccola lacrima – una sola – scese lentamente sulla sua guancia destra.

Quando riaprì gli occhi, per poco non fece un colpo: seduta davanti a lui, al posto di Marcella, c’era la bidella gentile, piccola, burrosa e con un bel davanzale, che si era presa cura di lui quella mattina.

Sembrava stupita anche più di Roberto, e si guardava attorno come per capire dove fosse: “Professore, mi scusi … ma che ci faccio, io, nel suo sogno ad occhi aperti?“.

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