Il fumo fa male.

[Ok, questa cosa di scrivere un post ogni giorno per trenta giorni è più impegnativa del previsto, soprattutto durante la settimana lavorativa. Stasera sono stanchissima, e ricorro ad uno degli ultimi … avanzi di magazzino che ho a disposizione, per non mancare del tutto il mio appuntamento quotidiano. È un raccontino decisamente più dark rispetto alla maggior parte delle cose che scrivo, ma probabilmente all’epoca ero parecchio più dark io stessa.
La scena si svolge nei primi anni ottanta.]

Le dita ingiallite della donna picchiavano nervosamente sul tavolino del piccolo bar. Lo sguardo si posava ora su un avventore, ora su un altro, mentre la testa si muoveva a piccoli scatti, come se non riuscisse a stare ferma a lungo. Ogni tanto si mordicchiava un’unghia, o passava la mano tra i capelli. Di rado fissava, con uno sguardo quasi disperato, l’uomo elegante che le sedeva di fronte, ma solo quando lui non la stava guardando.

L’uomo sembrava perfettamente padrone di se stesso. Da quando si erano seduti non aveva fatto altro che parlare, parlare, parlare: del suo lavoro, della casa che avevano appena comprato, delle corse dei cavalli, e naturalmente di quel maledetto sciopero dei dipendenti dei monopoli di stato, a causa del quale, da diverse settimane, trovare un pacchetto di sigarette era diventata un’impresa.

Non che a lui la situazione pesasse molto. Non fumava, lui. Anzi, era un igienista convinto: jogging ogni giorno, dieta vegetariana, meditazione trascendentale, niente alcolici e, soprattutto, assolutamente niente nicotina o veleni simili. Accorciano la vita. Provocano il cancro ai polmoni. E intossicano anche chi non fuma, ma è costretto a vivere con un fumatore.

Come lei. Due pacchetti al giorno erano la norma. Per carità, sigarette leggere e mica fumate fino in fondo, ma pur sempre due pacchetti. Fumava quando lui era fuori, sapendo quanto detestasse questa sua abitudine, oppure all’aperto, sull’ampio terrazzo di casa. Puliva di continuo i posacenere, arieggiava spesso l’appartamento, e faceva di tutto pur di non innervosirlo. Lui le permetteva di coltivare il vizio nei limiti di una civile convivenza, ed ogni volta che la sorprendeva con una sigaretta tra le labbra le impartiva una dettagliatissima lezione sui danni causati dal fumo a quella delicata e perfetta macchina che è l’organismo umano.

Lo stava facendo anche adesso, e con so mi compiacimento. Certo, partiva da una posizione di netto vantaggio perché, a causa dello sciopero, la donna non fumava da tre giorni.

Il primo giorno se l’era cavata abbastanza bene, ingoiando decine di caramelle e concedendosi un lungo e dispendioso shopping in giro per la città. Il secondo giorno non aveva nemmeno bevuto il caffè mattutino – senza la solita sigaretta non sapeva di niente – ed era stata irritabile fin dalle prime ore. Tanto più che lui, vedendola in quello stato, aveva cominciato a sermoneggiare sulla tossicodipendenza da nicotina. E, impietosamente, le aveva fatto notare che non era stata nemmeno abbastanza furba da comprare qualche stecca e fare provvista quando le sigarette avevano cominciato a scarseggiare. Nel primo pomeriggio lei si era scoperta a desiderare di cacciargli una scarpa in bocca, pur di farlo tacere.

Il terzo giorno, quello che si stava concludendo ora nel bar, era stato un inferno. Astinenza e prediche, nient’altro. E lo sguardo di lui pieno di compatimento (o forse di disprezzo), che la faceva ribollire di rabbia trattenuta a stento.

Dovrai smettere sul serio, questa volta. Puoi vederlo tu stessa, come ti sei ridotta. Ti tremano le mani. Sei intrattabile. Mangi in continuazione quelle orribili caramelle. Hai le dita gialle di nicotina. Hai i denti sporchi.  Se volessimo avere un figlio dovresti prima disintossicarti.

Un figlio? I bambini sporcano la moquette, aveva detto lui quando lei gliel’aveva proposto. Lo guardò con astio.

Lui continuava, implacabile. Se vai avanti così, ti viene il cancro ai polmoni. Sicuro. E poi te la prendi con i drogati. Guardati: sei in piena crisi di astinenza.

Quello che successe dopo fu talmente rapido da non sembrare nemmeno vero. La donna estrasse una piccola pistola dalla borsetta – forse calibro 22 – e fece fuoco tre volte colpendo l’uomo in pieno petto. Lui la guardò incredulo prima di crollare sul tavolino, finalmente in silenzio.

Alcuni testimoni affermano di aver visto la donna allontanarsi con calma, aspirando leggermente il fumo che usciva dalla corta canna della pistola.

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