Matteo 25

Il Poeta passeggiava per la città con l’animo pieno di musica. La sua musica. A tratti armoniosa, a tratti stridente. Dipendeva dall’atmosfera: oggi era vagamente elegiaca. Notava solo le cose belle, come il cielo terso, la vetrina del fruttivendolo piena di colori e profumi, le manine grassocce e sporche di giochi dei bambini. E nobilitava dentro di se le cose spiacevoli: l’odore di smog è pur sempre un segno del progresso, il frastuono della strada è prodotto dall’incessante fluire della vita, e quel fastidioso dolorino al piede si accompagnava all’esaltante realtà di un paio di scarpe nuove.

Compiangeva tutte quelle figurine frettolose e grigie che gli sfrecciavano accanto, perse nelle proprie occupazioni, perché sapeva di appartenere alla ristretta cerchia degli eletti che vedono oltre l’apparenza delle cose. Cogliere la reale essenza, questo è il punto. L’aveva scritto anche in una poesia, pubblicata a proprie spese in una raccolta che era stata apprezzata dalla critica e ignorata dal pubblico. L’essenza delle cose non è la loro apparenza. Non che avesse le idee del tutto chiare su cosa fosse veramente l’essenza, ma sapeva per certo ciò che non era. E sapeva con altrettanta certezza che le cose non hanno valore né realtà: solo l’essenza ne ha.

Chissà se quell’uomo accasciato sui gradini del duomo sapeva che la sua miseria era una mendace parvenza. Chissà se ignorava che la sua essenza di uomo si librava alta, al di sopra di quella mendate parvenza, e lo rendeva libero, libero, libero!

Il Poeta, passandogli accanto, lo scrutava con immensa comprensione. Era tentato di scuoterlo, per inculcargli il senso della dignità del suo essere uomo. Non lo sfiorò nemmeno l’idea di infilare la mano in tasca per estrarne il portafogli e dare del denaro a quel mucchio di stracci che lo guardava di sottecchi. Sarebbe stato troppo semplice, e persino offensivo.No, si disse il Poeta, gli darò di più: gli darò me stesso.

Guardami, essere prostrato, guarda com’è un uomo cosciente del suo essere uomo. Io mi mostro tutto a te, passeggiandovi davanti, perché tu impari da me come potresti essere, se solo ti liberassi dall’assurda convinzione che la tua miseria sia reale.

È davvero il Poeta passò e ripassò più volte davanti all’uomo stupito. Al sesto passaggio, inorridì: l’uomo aveva steso il braccio verso di lui, con la mano aperta, il palmo verso l’alto. Gli parve perfino che mormorasse qualcosa come: Per mangiare!

Il Poeta era furibondo. A niente, a niente era valso il suo insegnamento! Quell’uomo, anzi quell’ammasso di stracci, si rifiutava di vedere oltre l’apparenza, di cogliere la reale essenza delle cose. Girò sui tacchi, impermalito, allontanandosi con passo elastico e l’atmosfera elegiaca un tantino guastata.

Sui gradini del duomo il Povero si piegò su se stesso, spezzato dalla fame. Il Poeta aveva perso la sua occasione.

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[E con questo post esaurisco ufficialmente il materiale vecchio, da usare per le emergenze della mia sfida dei 30 giorni … da domani devo per forza scrivere qualcosa di nuovo!]

 

 

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