Per un lungo periodo nella mia vita, io ho avuto tre sogni.
Erano tre sogni semplici, ma la mia scarsa autostima me li faceva sembrare imprese impossibili.

Il sogno numero uno era: cantare in un coro gospel.
Non so nemmeno da dove sia uscito, questo sogno: forse da qualche concerto di Natale, ascoltato in chiesa o a teatro, o magari dalle tante canzoni di origine gospel e soul, italianizzate e massacrate nel repertorio religioso degli anni ’70 e ’80. Alle elementari, durante le messe, io già cantavo “E quando in ciel – dei santi tuoi – la grande schiera arriverà…”, che era la versione italiana (e di solito abbastanza lugubre) di “When the saints go marching in”. Comunque: non ne avevo una grande esperienza, ma sognavo di cantare in un coro gospel. La passione per Whitney Houston, negli anni ’80 e ’90, ha resco il sogno ancora più vivo.
Nel gennaio del 2001 feci il provino per entrare in un coro gospel di Venezia, e fui subito arruolata tra i contralti. Ho raccontato altrove, per sommi capi, come andò tutta la vicenda. Posso dire, in ogni caso, di aver realizzato il mio sogno numero uno.

Il sogno numero due era: imparare a guidare.
O meglio: superare la mia paura della guida. La vita mi ha portata a quel po’ di coraggio che ho adesso, facendomi passare attraverso una discreta quantità di ansie e paure.
Non soffrivo il mal d’auto, né avevo paura di farmi condurre da altri: ero semplicemente terrorizzata all’idea di mettermi io stessa al volante.
Il fatto che, durante una guida con la mia futura cognata come istruttrice, io abbia distrutto il muso della vecchia Escort di mio fratello maggiore contro lo spigolo di un dannato muretto basso, non mi ha certo dato più sicurezza.
Presi la patente a 26 anni, frequentando i corsi di una scuola guida, facendo almeno una trentina di ore con l’istruttore, e cambiando due volte data per l’esame della patente, perché non mi sentivo mai pronta. Subito dopo smisi di guidare, complice il fatto che, muovendomi soprattutto in città e con i mezzi pubblici, non ne avevo la necessità assoluta.
Poi trovai un lavoro a sessanta chilometri da casa.
Provai ad usare i mezzi pubblici: autobus urbano, treno regionale, autobus extraurbano, all’andata e al ritorno, che avveniva sempre con orari imprevedibili. In capo a due mesi, mi sentii molto motivata a riprendere in mano il volante. Comprai la mia prima auto (una Fiesta usata, ma con appena 13.000 chilometri), e cominciai a guidare. Le prime volte, sudavo letteralmente freddo. All’epoca, poi, la tangenziale di Mestre, che ero costretta a percorrere due volte al giorno, era un autentico inferno di traffico. Capii di aver superato buona parte delle mie paure la prima volta che riuscii ad affrontare la rotatoria per Marghera, congestionata, infilandomi tra auto e camion con il giusto mix di attenzione e sfrontatezza.
Da allora, ho guidato per quasi cinquecentomila chilometri, con tre macchine diverse, e posso dire di aver realizzato anche il sogno numero due.

Devo essere sincera: è il sogno numero tre che mi preoccupa.
Perché il sogno numero tre era: diventare Mary Poppins.
E questa è la ragione per cui apro sempre gli ombrelli con molta, molta attenzione.

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2 pensieri su “Tre sogni.

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