Quanta idiozia può starci, in un titolo?

Io ancora penso che sia un fake. O un esperimento sociale, tipo per vedere come reagisce la gente. No, davvero: io non ci posso credere. Sto ancora aspettando che mi dicano che è una burla, perché non posso credere che un titolo del genere sia davvero stato stampato:

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E invece è successo. E la cosa ha suscitato un tale putiferio, soprattutto sui social media, da costringere l’editore a licenziare il direttore del Quotidiano Sportivo, Giuseppe Tassi (che peraltro pare sia prossimo alla pensione).
Non è servito il post (maldestro e ambiguo) scritto dallo stesso Tassi sulla pagina Facebook del Resto del Carlino, nel tentativo di arginare le polemiche: non c’è traccia di scuse, in quelle poche righe, né viene spiegato quale fosse il fantomatico intento di partenza. Vorremmo conoscerlo, davvero.

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Forse la punizione riservata a Tassi è eccessiva: se ogni titolo infelice, discriminatorio o anche solo incredibilmente stupido costituisse una giusta causa di licenziamento, probabilmente le redazioni dei giornali italiani sarebbero vuote. Ma l’episodio resta grave e fastidioso.

Fastidioso, perché quel titolo non dice niente dell’evento sportivo (e la notizia era tutta lì!), e tantomeno degli anni di impegno e allenamento che le nostre atlete hanno dedicato a quel traguardo. Non dice niente dell’ottimo risultato comunque ottenuto, e tantomeno della grande delusione e della sofferenza per essere arrivate ad un passo (o ad una freccia…) dalla medaglia senza riuscire a conquistarla.
Non dice niente nemmeno della forza fisica necessaria a tendere un arco e mantenere il corpo in una tensione perfetta, né della concentrazione e della precisione che rendono possibile centrare un bersaglio a settanta metri di distanza. Non dice niente, se non che le atlete sono grasse. Non spiega nemmeno quali sono i criteri per cui un’atleta è grassa (Serena Williams è grassa?), e soprattutto perché l’aspetto fisico di un’atleta dovrebbe essere rilevante per la cronaca di una gara olimpica, per cui quell’atleta si è qualificata.

Ed è un episodio grave, perché è oggettivamente sessista.

Marco Galiazzo, anche lui gloria nazionale nel tiro con l’arco, non è certo filiforme, e nemmeno un adone. Eppure a nessun titolista verrebbe in mente – grazie a Dio! – di definirlo “l’arciere cicciottello”, “il campione paffutello”, o cose del genere.
Non è un trattamento riservato agli uomini, normalmente – mentre per le donne, in qualsiasi campo, tanta parte del giudizio sembra essere indissolubilmente legata all’aspetto fisico e all’imposizione di standard sempre meno realistici e accessibili (almeno per la mia generazione, che ha vissuto in tempi in cui la 38 non era una taglia da donna adulta, e la 46 non era una taglia forte).

Guendalina Sartori ha commentato la vicenda postando semplicemente un video, con molta più eleganza del titolista QS.

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Mi piacerebbe chiudere questo post con la stessa eleganza di Guendalina, invece preferisco fare un’opera buona e terminarlo passando anche qualche dritta al prossimo direttore del Quotidiano Sportivo e ai titolisti in genere.

Consiglio perciò la lettura del post di Veronica Benini aka Spora (blogger caustica e intelligente, che ne capisce assai di comunicazione) che spiega quali sono le 7 cose da controllare prima di premere il tasto “pubblica”.
Veronica fa riferimento al web, ma quello che scrive può tornare utile anche ai professionisti della carta stampata, e sicuramente a quelli del Resto del Carlino.

 

 

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