Coraggio a rotelle.

C’è stato un tempo in cui io ho avuto paura di amare.
Puntavo con precisione millimetrica uomini che certamente mi avrebbero rifiutata, e costruivo con cura il mio personale sabotaggio. Così conquistavo il diritto di piangermi addosso – che è sempre più facile dell’impegnarsi in una relazione, e sudare per tenerla in piedi – e di incolpare altri per la mia stasi sentimentale.
In poche parole: ero una lagna di zitella.

Non stavo ferma, però: come ogni single che si rispetti, facevo cose e vedevo gente. Una delle cose che facevo era volontariato. Come volontaria, sono salita diverse volte sui “treni bianchi” dell’Unitalsi, che portano pellegrini e soprattutto malati a Lourdes, ed è proprio a Lourdes che ho ricevuto una lezione cruciale e benefica. Non dalla Madonna, peraltro, né da Bernadette Soubirous, ma da una donna in sedia a rotelle.

Era il 2004 o 2005, credo. La giornata dei volontari iniziava con la messa delle 6 in basilica, poi proseguiva con diversi turni e servizi, e si concludeva ufficialmente, per chi non aveva un turno di notte, dopo cena o dopo l’eventuale attività serale, al massimo verso le 22. Ufficialmente. Perché ufficiosamente ci si ritrovava sempre a prolungarla con una chiacchierata, un giretto, una birra, in gruppi che non comprendevano soltanto i volontari, ma anche i malati più giovani o più vivaci o più insonni, e magari anche i loro familiari. In effetti, durante quella settimana, si dormiva piuttosto poco.

Una sera, ad una di queste chiacchierate fuori orario era presente questa donna di cui purtroppo non ricordo il nome. Una malformazione alle gambe le rendeva difficile e faticoso camminare, e perciò passava la maggior parte del tempo in sedia a rotelle. Aveva dei bei capelli lunghi, ondulati, con qualche filo grigio, la faccia un po’ larga ma piacevole, il busto pieno, e una bella voce che serviva un bel modo di parlare. Dava l’impressione di essere una persona molto intelligente.

Non so come, la conversazione era approdata all’amore. E, interpellata sulla mia situazione sentimentale, io avevo prodotto la mia rodata lagna “è difficile trovare qualcuno” nella sua migliore abbinata con “ma io sto bene così”. Avevo anche cercato di far intuire, tra le righe, che potevo vantare la mia dose di storie sfortunate, e che avevo sofferto molto (quando invece, più che altro, mi ero sottratta alla lotta, per vigliaccheria). Poi – fortunatamente – qualcuno aveva chiesto a lei di raccontare la sua storia.

E lei, aveva raccontato. Era la storia di una donna disabile, nata in una famiglia tradizionalista del sud, ultimogenita e unica femmina, con una sfilza di fratelli maschi in ottima salute. A 47 anni, durante un ricovero, aveva conosciuto un uomo di Torino, e si erano innamorati.

Anche lui era nel nostro gruppo, e io – volontaria, sì, ma ancora con troppi preconcetti – mi ero stupita perché era un tipo piacevole, con una massa di capelli brizzolati e ricci, e senza evidenti disabilità (“Le magagne le ho tutte per dentro, fuori non si vedono”, aveva spiegato poi). Mi pareva strano che … ecco … insomma … una in carrozzina e uno no… non l’avevo mai visto, ecco!

Famiglia patriarcale. Unica femmina. Ultimogenita. Non giovanissima. Disabile. Innamorata. Praticamente un mix letale.
Aveva raccontato del suo amore ai suoi familiari: apriti cielo. Non era possibile, non era giusto, non era permesso. Ma lei era innamorata, e anche lui lo era. Quindi quello scricciolo che camminava a stento se n’era andata via da casa, da sola, per raggiungere il suo amore a Torino, e vivere con lui
. E adesso erano sposati da anni, ormai, e vivevano amandosi e gestendo al meglio la disabilità evidente di lei, e quella nascosta di lui.

Io non sono più riuscita ad aprire bocca quella sera. Pensavo alla mia lagna da zitella (con finte difficoltà), e al coraggio da leonessa di quella donna in sedia a rotelle. E a come le brillavano gli occhi, mentre parlava di suo marito.
Quanta forza. Quanta passione. E una sedia a rotelle, certo. Ma di fronte a lei, ero io a sentirmi disabile, davvero: disabile al coraggio e all’amore.

Cara amica che non ho rivisto più, mi piacerebbe ricordare il tuo nome e ringraziarti per aver condiviso la tua storia, quella sera di tanto tempo fa: sappi che la mia paura di amare ha cominciato a sparire proprio allora, e proprio grazie a te.

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