Qualche volta mi chiedo che fine abbia fatto Angelo.
L’ho conosciuto a Roma nell’estate del 1987: io ero al secondo anno di università, lui di anni ne aveva appena sette. Viveva con la sua famiglia (padre, madre e due sorelline più piccole) nel quartiere Laurentino 38: occupavano abusivamente un paio di stanze in quello che avrebbe dovuto essere un asilo, e aveva finito invece per essere la dimora di un’umanità variamente ferita. Angelo e la sua famiglia dormivano tutti insieme, nel letto matrimoniale. E non erano neanche quelli che se la passavano peggio.

Io ero andata al Laurentino per fare un po’ di volontariato, assieme a due amiche. Eravamo ospiti in un appartamento al confine tra una zona elegante e quell’accozzaglia di casermoni collegati da “ponti” in cemento. I ponti, in origine, erano destinati ad ospitare servizi e negozi, poi erano diventati anch’essi per la maggior parte dimore abusive. Oggi credo che li abbiano abbattuti, quasi tutti.
Per una quindicina di giorni, quell’estate e anche la successiva, ho affiancato tre suore che seguivano i bambini del quartiere, organizzando una specie di centro estivo – un po’ di giochi, un po’ di doposcuola. Era soprattutto un modo per tenerli lontano dalle attività prevalenti nel quartiere, tra cui lo spaccio di droga.
Lavoravamo con i bambini in una stanza che occupavamo anche noi da abusive: non c’erano alternative.

Ricordo tanti bambini.
Antonio, due anni e mezzo, girava per il quartiere da solo – e se la cavava benissimo. Se lo guardavi in modo sbagliato (per lui), ti rovesciava addosso una valanga di insulti in napoletano, che si faceva fatica a restare seri. Era un bambino moro e bellissimo, straordinariamente intelligente, figlio di due ragazzi nemmeno ventenni, entrambi tossici. Eroina, per inciso: quella è stata la prima volta che ho visto qualcuno con i buchi perfino sulle dita (la mamma di un altro bambino, invece, mi ha mostrato i buchi sul collo).

Poi ricordo un ragazzino biondo, con gli occhi azzurri, di circa dieci anni (Davide, mi pare), che viveva con i suoi in uno dei ponti. La sua casa era così insalubre che Davide era convalescente dalla tubercolosi, quando l’ho conosciuto. Io non immaginavo che ci si ammalasse ancora di tubercolosi, in Italia. Per me era una malattia da romanzo dell’Ottocento. Davide parlava con un fortissimo accento romano e mi si appiccicava addosso quando suonavo la chitarra.

E poi c’era la ragazzina undicenne che non andava a scuola perché doveva aiutare i suoi a vendere le patate. Anche lei intelligentissima, aveva ovviamente delle lacune, ma faceva i conti a mente e non sbagliava una somma neanche a pagarla. Potenza del commercio.

Il nome non me lo ricordo, ma c’era anche un tredicenne che era bravissimo a scassinare le porte (abilità tornata utile quando ci chiudemmo accidentalmente fuori dalla nostra aula).

E poi c’era Angelo.
La prima volta che l’ho visto, ho pensato che fosse sudamericano: capelli neri, occhi neri, carnagione scura (schiarita di qualche tono, la prima volta che siamo riusciti a metterlo in vasca da bagno).
Era bellissimo, uno sguardo antico. Aveva una deformazione del palato che rendeva quasi incomprensibile ciò che diceva, e non ho mai capito se avesse anche una qualche forma di ritardo mentale. Credo che fosse soprattutto prigioniero delle sue difficoltà comunicative. E probabilmente era dislessico: in seconda elementare leggeva le sillabe, ma non componeva le parole. Vai a sapere. Comunque le suore gli avevano organizzato una serie di incontri con una logopedista al Bambin Gesù, e uno dei miei compiti era accompagnarlo.

Con noi c’era quasi sempre la sorellina Biancamaria, di cinque anni, bionda, carnagione scura (un po’ meno anche per lei, dopo una bella lavata), e nessuna difficoltà a chiacchierare – anzi, una passione totale per la chiacchiera continua. Noi femmine, si sa, siamo così.
La terza sorellina si chiamava Concetta, e la prima volta che l’ho vista aveva tredici mesi (era stata concepita in quel letto in cui dormiva tutta la famiglia).

Mamma Franca era tutto sommato una madre attenta e amorevole, si separava raramente dai suoi figli. Il problema è che di mestiere faceva l’accattona, quindi girava per Roma con i tre ragazzini a chiedere l’elemosina. Aveva un gran senso dell’umorismo, e mi stava pure simpatica. Con me era un po’ gentile e un po’ “me cojonava”, ma alla fine si era anche affezionata. Del resto, Suor Annamaria mi aveva insegnato: tu tratta bene i loro figli, e non avrai nessun problema.

Il padre era un caso a parte, di mestiere faceva il palo durante i furti. L’unica volta che aveva accettato un lavoro, procuratogli dalle suore, si era dato malato il secondo giorno, con la seria motivazione di un seme di cocomero conficcato nella gengiva.
Suor Rosaria, abruzzese verace, aveva commentato arrabbiata: “Quello non è un uomo,  quello è un sacco di m…“. Non avevo mai sentito una suora imprecare, prima (ma non avevo nemmeno conosciuto una suora abruzzese).

La prima volta che ho incontrato Angelo, comunque, ho provato a chiacchierare con lui. E lui ha provato a rispondere, con la sua voce gutturale e le sue parole imprecise. Una fatica enorme, e un’enorme frustrazione per entrambi.
Lo sguardo pieno di tristezza e rassegnazione con cui Angelo mi ha fissata ad un certo punto mi ha fatta stare male per mesi. Era lo sguardo di un prigioniero innocente, che si sente abbandonato: io non lo capivo. Ero l’ennesima persona che non lo capiva, e lui si sentiva solo e senza speranza.

Per via di quello sguardo, finii per passare con lui più tempo che con qualsiasi altro bambino, complici le visite dalla logopedista. Qualche volta, le suore lo facevano restare a casa con noi: erano i giorni del bagno, ed erano i giorni in cui si lavorava meglio, e Angelo mangiava anche meglio (Franca non era una gran cuoca).
Un po’ alla volta, ho cominciato a capire quello che diceva, persino a fare da interprete tra lui e il resto del mondo (non ci voleva una gran preparazione tecnica, ci voleva soltanto il tempo di ascoltare), e gli occhi di Angelo mi fissavano brillanti e felici.
Il momento dei saluti fu straziante.

Tornai l’estate successiva, proprio per lui. E lui si ricordava ancora di me. Riprendemmo da dove avevamo lasciato.

L’anno dopo ancora, l’università si era fatta troppo impegnativa. E in autunno morì mio padre, cambiando per sempre l’orizzonte della mia famiglia. Non sono più tornata al Laurentino, ma ho saputo comunque che la famiglia di Angelo si era trasferita in un altro quartiere popolare di Roma, e anche le suore avevano perso le sue tracce.

Così adesso io penso ancora ad Angelo, che aveva sette anni nel 1987 e ora dovrebbe averne trentasei. Una parte di me teme che il suo destino sia stato condizionato dalle sue origini, dalla sua famiglia, dalle sue difficoltà – e allora non riesco ad immaginare niente di tanto bello. Spero solo che sia ancora vivo, e possibilmente fuori di galera.

Ma una parte di me sogna che l’Angelo trentaseienne di oggi stia bene, parli bene, abbia potuto continuare almeno un po’ gli studi, abbia trovato un lavoro e magari abbia messo su famiglia, e viva serenamente, e sia felice. Chissà, non è sempre detto che le cose volgano al peggio.

Comunque sia, Angelo davvero mi ha insegnato quello che Suor Annamaria aveva scritto dietro ad una foto che ritraeva lui e me insieme:

“Sei responsabile per sempre di chi hai addomesticato”.

image

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...