Tanti anni fa, mi è capitato di accompagnare in pronto soccorso mia cognata con la figlia più piccola, che allora aveva pochi mesi, perché mio fratello era lontano da casa, e la bimba piangeva e scottava.
La diagnosi fu: disidratazione – il latte della mamma, pur essendo apparentemente abbondante, non era abbastanza nutriente, o qualcosa del genere. Bisognava attaccarla ad una flebo, per reidratarla. Le infermiere armeggiarono per diversi minuti con quelle braccia minuscole, senza riuscire a trovare una vena, mentre la bambina piangeva disperata per via dell’ago e del malessere. Poi, ad un certo punto, smise di lamentarsi e continuò a fissare le infermiere con gli occhi sgranati ed increduli, mentre le lacrime le rigavano il viso, in un silenzio assordante: l’immagine della paura e della rassegnazione.

Era la cosa più straziante che avessi mai visto.
Fino a che non ho visto Omran sull’ambulanza, ad Aleppo.

omran

In un certo senso, Omran è fortunato: è sopravvissuto all’ennesimo bombardamento (in questo caso russo) su una città in macerie, si è salvato, e con lui la sua famiglia.
Le cronache ci dicono che ha finalmente pianto a dirotto quando ha avuto accanto a sé la sua mamma e il suo papà, anche loro feriti ma salvi.

Sarebbe bello poter dire che questa è una storia a lieto fine, ma non è così.

Nello stesso giorno l’ospedale trasformato in bunker che l’ha accolto ha ricevuto 12 bambini sotto i 15 anni, curati nei sotterranei, i piani superiori sono troppo pericolosi. Nei quartieri orientali della città che una volta era la più grande e ricca del Paese sono rimasti 35 medici per 300 mila abitanti. (Corriere della Sera)

La gente di Aleppo sta morendo, e i bambini pagano un prezzo altissimo.
Chi scampa ai bombardamenti, deve fare i conti con la fame, la totale mancanza di medicinali e generi di prima necessità, l’assenza di corridoi umanitari che consentano agli aiuti internazionali di arrivare in città per tamponare qualche emergenza.
Le bombe, invece, non mancano, ogni giorno, ad ogni ora del giorno.

Sarebbe bello anche poter dire che la foto di Omran ha scosso le coscienze – e questo in parte è vero – al punto da cambiare finalmente le cose. E’ un’immagine potente, una di quelle che restano nella memoria e magari vincono pure qualche premio. Ha suscitato lo sdegno e la commozione della gente comune sui social media, e i proclami indignati e coraggiosi della politica e dei personaggi pubblici.

Ma non cambierà niente. Perché dimenticheremo Omran come abbiamo dimenticato Aylan Kurdi .

Sono certa che tutti ricordano la sua immagine, quasi nessuno il suo nome.
E sono certa che ben pochi hanno pensato a lui negli ultimi dodici mesi, e magari non ci avrebbero più pensato se qualcuno non avesse associato la sua storia a quella di Omran, in virtù della potenza delle immagini che li hanno ritratti. Ne sono certa, perché nemmeno io ci avevo più pensato.

La foto di Aylan a faccia in giù sulla spiaggia di Budrum, in Turchia, risale esattamente ad un anno fa.
Aveva suscitato le stesse reazioni, le stesse prese di posizione della politica nazionale e internazionale, la stessa solidarietà e lo stesso sdegno tra la gente comune e sui social nedia, dell’immagine di Omran sull’ambulanza. E questo non ha fermato i bombardamenti, né favorito una soluzione al problema della Siria.
I bambini siriani continuano a morire. 

Khalid Albaih, un cartoonist sudanese che vive in Qatar, ha riassunto le prospettive dei piccoli siriani in una tavola che sta facendo il giro del mondo: il silenzio degli innocenti, che le chiacchere dei colpevoli finiscono per coprire.

syrian cartoon

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