Due ricordi.

Ogni tanto i miei pensieri imboccano strade strane, senza che ce li abbia indirizzati io. Un paio di giorni fa, chissà perché, mi sono tornati in mente due episodi che coinvolgono mio padre: la sequenza in cui mi sono tornati alla memoria mi ha fatto pensare che, sotto sotto, ci fosse un messaggio proprio per me.

Il primo episodio è quasi una leggenda, direi. Ne ho sentito parlare ancora prima che papà morisse, quasi trent’anni fa, ma non ho mai avuto modo di chiedergli se fosse vera, e quanto. Conoscendo lui, potrebbe essere vera del tutto.

Mio padre non ha mai posseduto un’automobile, ma da giovane aveva una Vespa. Ci sono delle bellissime foto di mia madre, direi alla fine degli cinquanta, seduta su quella Vespa: un bianco e nero fiducioso, pieno di gioventù e speranze. Mamma racconta di imprese epiche su quelle due ruote: come quella volta che andarono fino a Passo Rolle e furono sorpresi da un acquazzone, talmente forte da non lasciare asciutto nessuno strato dei loro indumenti.

Papà teneva a quella motoretta, e ne aveva cura. Immagino anche perché, essendo tutt’altro che ricco, non dev’essere stato facile per lui comprarla.

La famosa leggenda dice che un giorno il mio futuro padre fu avvicinato da un suo amico – forse soltanto un conoscente – che si trovava in serie difficoltà economiche. Tra allusioni e mezze frasi, il tizio fece capire a papà che, in cambio di denaro, gli avrebbe messo a disposizione sua moglie. Dire che il Ferdi fosse turbato da questa proposta è probabilmente un understatement: pare che abbia pure menato il questuante, e se ne sia andato pieno di indignazione.

Qualche giorno dopo, però, vendette la sua Vespa e diede il ricavato al conoscente in difficoltà, intimandogli di riprendersi e di non fare mai più una proposta del genere, a lui o ad altri. La leggenda non dice se lo menò ancora, giusto per imprimere bene il messaggio, ma a me piace pensare che l’abbia fatto – così, giusto per sicurezza.

Papà  non si comprò mai più una Vespa: credo che le successive due ruote che poté permettersi furono quelle del Califfo con cui andava a lavorare, ogni mattina alle 6, quando noi eravamo piccoli. A modo suo, fu un veicolo epico anche quello, ma era tutta un’altra cosa.

Il secondo episodio è un mio ricordo d’infanzia, più che altro un’immagine. Che però è rimasta molto viva nella mia memoria, tanto che rivedo la scena dal mio punto di osservazione di allora, che è quello di una bimba di cinque o sei anni. Il punto di vista di quelli bassi.

Il Ferdi aveva la passione per la fotografia, ed era pure bravo (qualche anno fa, le sue foto sono finite in mostra al Centro Candiani, a Mestre). Quando si andava a passeggio, papà usciva quasi sempre con una macchina fotografica al collo – di preferenza la sua Leica, ma aveva una piccola scuderia.

Ricordo una giornata di sole, mia madre che doveva restare a casa per faccende varie, e mio papà e io che usciamo insieme per fare una passeggiata – lui ha l’immancabile macchina fotografica al collo. Mamma fa le raccomandazioni (rigorosamente in dialetto): “Me racomando, tien de ocio la putea che no i te la porta via” (mamma conserva tuttora questa naturale inclinazione all’ottimismo). E papà, ridendo: “Ah, mi salvo la machina, la putea ghe la lasso!”. Ride anche la mamma, e affettuosamente gli intima di “non fare il mona”.

È un ricordo piccolo e stupido. Ma mi è capitato di chiedermi, per tanti anni, se davvero mio padre avrebbe preferito salvare la sua macchina fotografica piuttosto che me, la sua terzogenita e unica figlia femmina.

E dopo una mattinata passata a rimbalzare tra questi due ricordi, ecco arrivare una conclusione attesa per più di quarant’anni: papà aveva sacrificato la sua amatissima Vespa per aiutare un estraneo – non c’è dubbio che avrebbe rinunciato alla sua amatissima Leica o a qualsiasi altra macchina fotografica o a qualsiasi altra cosa per uno dei suoi figli, per me.

È stato piacevole accompagnare alla porta l’irrazionale ma ostinato dubbio di non valere quanto una macchina fotografica, agli occhi di mio padre. Ha provato a opporre resistenza, ma con cortese fermezza l’ho spinto fuori dalla mia mente: “Grazie per avermi tenuto compagnia per tanti anni, so che ci terresti a restare con me, ma è ora che tu ti faccia una vita altrove, anche senza di me. Ne hai tutto il diritto. Ti troverai bene, vedrai, ci sarà senz’altro qualcuno da assillare, lì fuori. Buon viaggio. Non scrivermi.”

E ho chiuso la porta.

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