La sfida dei 30 giorni

Sono inciampata in un Ted Talk del 2011, in cui tale Matt Cutts (allora ingegnere presso Google) racconta la sua sfida dei 30 giorni: in un momento della sua vita in cui si sentiva bloccato, ha deciso di provare qualcosa di nuovo, o qualcosa che aveva sempre desiderato fare, per trenta giorni consecutivi.

Per esempio: ha scritto un romanzo, in trenta giorni. Si è trasformato da nerd sedentario in ciclista abitudinario. Ha rinunciato allo zucchero per un mese intero. Non ho capito bene come, ma è persino arrivato in cima al Kilimangiaro.

Ho deciso anch’io di lanciare a me stessa una sfida dei 30 giorni:

per i prossimi 30 giorni, scriverò ogni giorno un post di almeno 500 parole.

Anche per rianimare questo blog, che langue da troppo tempo: mi ero un po’ montata la testa con quella cosa di Barack Obama, spostando la mia scrittura ricreativa su Linkedin Pulse.

[Precisazione: l’impegno è a scrivere ogni giorno, non necessariamente a pubblicare in tempo reale. Lo anticipo, perché tra poco sarò in ferie per qualche giorno, e non sono sicura che avrò sempre a disposizione una connessione per postare. Ma alla fine 30 post saranno pubblicati, frutto di una scrittura quotidiana.]

[Precisazione bis: annuncio pubblicamente questa sfida che ho lanciato a me stessa, perché non c’è nessun gusto a fare figuracce in privato.]

 

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Barack Obama e io

Il Presidente (uscente) degli Stati Uniti firma un post su Pulse. Ben scritto, per inciso, e con consistenti tracce di ottimo storytelling.

Racconta come le sue primissime esperienze di lavoro, d’estate, siano state fondamentali. E perché è importante offrire opportunità di lavoro agli studenti, soprattutto ai giovanissimi che sono ai margini o usciti dal sistema scolastico.

Io gli ho chiesto di candidarsi per il nostro MIUR, visto che tra qualche tempo dovrà ricollocarsi professionalmente: credo che potrebbe esserci utile.

[A parte questo… Barack Obama firma un blog. Capiamoci: Barack Obama diventa blogger. Qualcuno ha il coraggio di confrontare la qualità della comunicazione politica americana con quella della politica nostrana?]

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Giornalisti, io vi amo (ma questo amore è una camera a gas)

Questo post è stato scritto dal mio ipotalamo, cervello primitivo che conosce solo due movimenti: attacco e fuga. Quindi declino ogni responsabilità sul suo contenuto. Fate conto che non l’abbia scritto io. Il  fatto che narri le gioie e i dolori di un ufficio stampa è puramente casuale.

Mi chiama un giornalista.

Chiede un’intervista con l’amministratore delegato.

No, in effetti non la chiede: la annuncia, certo della risposta affermativa. Continue reading “Giornalisti, io vi amo (ma questo amore è una camera a gas)”

Perché racconti storie, Shahrazad?

Perché racconti storie, Shahrazad?“, chiese il Re di Persia, dopo aver lungamente fissato le mani e il volto della ragazza che – ormai da mesi – tesseva con sapienza e passione il suo interminabile racconto.

Non aveva quasi più memoria di quando l’aveva considerata soltanto uno strumento da spezzare, per placare la sua sete di vendetta e di piacere: ora sapeva di aver bisogno di lei, e della sua storia.

La ragazza tacque, e alzò gli occhi fin dentro quelli del Re.

Per una frazione di secondo pensò che quella fosse la sua occasione. “Perché ti amo, mio Re!“, avrebbe potuto dire – immaginando di conquistare per se stessa il futuro di una Regina, e la tranquillità per la sua famiglia.

Ma dentro di lei qualcosa la scosse: “Per salvarmi la vita“, rispose.

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Un fortunato disastro (racconto semiserio)

[Questo è un pezzo di fantascienza, scritto per esercizio e per diletto. Ogni riferimento a fatti o persone reali è più o meno puramente casuale. ]

A distanza di qualche anno, le capitava di ritornare a quell’episodio ancora con una certa ansia. Lo ricordava come una delle lezioni professionali più vivaci che avesse mai ricevuto, seppure in parziale contumacia.

Continue reading “Un fortunato disastro (racconto semiserio)”

Lo storytelling uccide il giornalismo?

[Premessa: questo post è già stato pubblicato sul mio profilo di Linkedin. So che non dovrei mescolare questo blog con quanto scrivo professionalmente, ma gente … quando hai poco tempo libero, l’economia di scala è un must!]

Prima di trovare un posto fisso in azienda, vent’anni fa, avevo spesso la magnifica possibilità di fare la baby sitter per i figli dei miei fratelli.

Tra i nostri passatempi preferiti – oltre a trasformare gli sgabelli della nonna in veloci astronavi o meravigliosi cavalli, oppure cucinare le meringhe – c’erano le storie: io raccontavo e loro ascoltavano (e completavano) il racconto, per il piacere di entrambe le parti. Continue reading “Lo storytelling uccide il giornalismo?”

Ho visto cose che voi umani (però dallo smartphone)

Questo blog è stato in ferie: lo specifico, nel caso più che probabile che nessuno se ne sia accorto.

SoprattuttoEventuali ha trascorso prima di tutto una settimana in un campeggio croato, assieme a marito, figliottera* e amica della figliottera. Per quanto riguarda queste ultime, specifico solo una cosa: trentadue anni in tutto, equamente suddivisi. Capitemi.

La vacanza è iniziata peraltro sotto i migliori auspici: tipo che dopo neanche trenta minuti di viaggio eravamo a bordo di un carro-attrezzi (lunga storia, che merita un capitolo a parte se avrò tempo e modo di scriverlo).

Di ritorno dal mare, qualche giorno a casa e poi il weekend di Ferragosto a Roma, assieme a mio marito. Ed è qui che ho avuto una chiara visione del declino della società occidentale come noi la conosciamo.

Intendiamoci: niente a che vedere con “La Grande Bellezza”, o la crisi economica, o il decadimento dei costumi – niente di tutto ciò: la nostra Capitale è bella, con tutte le sue contraddizioni, e per me è sempre un piacere poterla visitare. Ma ho scoperto che esiste questo strumento infernale, che causerà la rovina del mondo occidentale, e forse anche l’estinzione della razza umana tout-court:

Ma anche no, grazie

Il nome tecnico è “selfienator” (consiglio una certa prudenza e qualche filtro, se fate una ricerca in internet: a quanto pare non è l’unico oggetto a portare questo nome, e gli altri non sono adatti ad un’utenza minorenne…), e altro non è che un braccetto periscopico, talora munito di comando a distanza, a cui si può applicare il proprio smartphone o la propria fotocamera per realizzare dei “selfies” a dir poco panoramici.

Voi non potete capire. Abbiamo girato per una Roma ferragostana, abbandonata dai romani ma traboccante di turisti, costantemente circondati da una selva di ‘sti aggeggi, tenuti in mano da gente che li fissa con un’aria così trasognata da ricordare i pupazzetti verdi di Toy Story quando vedono il Gancio.

Un incubo. O una barzelletta, non so.

L’Oscar per la migliore prestazione va ad un turista anglofono, che ha percorso tutta la basilica di San Pietro in Vincoli riprendendo se stesso dal basso, senza guardare quello che aveva intorno ma osservando la propria immagine e il contesto esclusivamente attraverso lo schermo dello smartphone.

E’ riuscito perfino a dare le spalle al Mosè di Michelangelo e guardarlo soltanto attraverso il suo apparecchio, ovviamente assieme al proprio autoritratto.

Io osservavo la cosa un po’ incredula e un po’ inorridita, e ho intercettato lo stesso sguardo da parte di una bella signora con lo hijab. Credo che pensasse anche lei che il declino dell’Occidente non sarà causato dall’ascesa degli altri Paesi, ma dalla totale scomparsa del buon senso nei nostri.

Non guardiamo più le cose con i nostri occhi, solo attraverso lo smartphone. E non ci mettiamo mai “a lato” del paesaggio: abbiamo l’illusione che il paesaggio acquisti significato solo in virtù della nostra presenza.

Non siamo mai qui, mai ora. Siamo sempre altrove.

E mi è venuto in mente il personaggio del fotografo Sean O’ Connell nel film “I sogni segreti di Walter Mitty”. Di fronte al rarissimo leopardo delle nevi, atteso da giorni, il fotografo sceglie di non scattare, ma di vivere intensamente quel momento tutto per sé:

Sometimes I don’t [take the photo]. If I like a moment, for me, personally, I don’t like to have the distraction of the camera. I just want to stay in it. […] Right there. Right here.

Non ho dubbi che la maggior parte di noi volterebbe le spalle al leopardo, riducendolo ad elemento di contorno dell’ennesimo autoscatto.

Mi piace vivere il momento senza la distrazione dell'obiettivo

* Detesto la parola “figliastra”, proprio non mi va giù. Almeno tanto quanto “matrigna”. Se qualcuno conosce delle parole meno arcigne, è pregato di suggerirle.