L’ultimo concerto.

[Questo post fa parte della #sfidadei30giorni che ho iniziato ieri con questo post.]

Per cinque anni della mia vita, io ho cantato in un coro gospel. Una cosa seria: prove due volte alla settimana, dopo cena, e concerti in giro per il Nord Italia, una volta superato il periodo di rodaggio.

Era faticoso: dopo una giornata di lavoro, una cena veloce o il digiuno, salivo in autobus, arrivavo a Venezia, e camminavo mezz’ora per raggiungere la chiesa evangelica dove facevamo due ore di prove intense. Tornavo a casa verso mezzanotte, e il giorno dopo c’era di nuovo il lavoro.

Era faticoso, ma davvero entusiasmante. Continue reading “L’ultimo concerto.”

L’amore feriale

ciaspe

“Sei sexy, con le ciaspe”
“Mi sento sexy, con le ciaspe”

Ci sono giorni in cui l’amore è facile. L’universo è una splendida cornice. Le imperfezioni danno sapore. I silenzi cantano, con leggerezza. Il sole scalda con deciso garbo. Il vento accarezza. La neve è perfetta, né troppo ghiacciata né troppo bagnata, morbida e polverosa il giusto: un cuscino candido e accogliente. Il resto del mondo si tiene alla giusta distanza, e non contamina pensieri e parole.

E’ così facile restare vicini, in giorni così. E anche stare lontani: senza paure, senza risentimenti e rimpianti, senza dubbi e mancanza di fiducia. C’è questa magnifica connessione, tessuta con la complicità della natura, che ti fa ricordare come mai proprio quella persona lì, tra milioni di altre, cammina al tuo fianco lungo il sentiero.

E poi ci sono i giorni in cui il mondo si perde in un frettoloso grigiore, dettando ritmi implacabili. Le imperfezioni innervosiscono, partoriscono rabbia. Il silenzio pesa, come un blocco di marmo crepato. Il vento graffia o prende a schiaffi. Il candore della neve è soltanto un ricordo scialbo e lontano dell’albero di Natale. Le parole, troppe o troppo poche, generano pensieri accartocciati e monotoni, il più delle volte deprimenti. E ti chiedi: ma perché perché perché, tra tanti, proprio questa persona qui?

S’illude chi pensa che l’amore sia una linea retta.

 

Ho visto cose che voi umani (però dallo smartphone)

Questo blog è stato in ferie: lo specifico, nel caso più che probabile che nessuno se ne sia accorto.

SoprattuttoEventuali ha trascorso prima di tutto una settimana in un campeggio croato, assieme a marito, figliottera* e amica della figliottera. Per quanto riguarda queste ultime, specifico solo una cosa: trentadue anni in tutto, equamente suddivisi. Capitemi.

La vacanza è iniziata peraltro sotto i migliori auspici: tipo che dopo neanche trenta minuti di viaggio eravamo a bordo di un carro-attrezzi (lunga storia, che merita un capitolo a parte se avrò tempo e modo di scriverlo).

Di ritorno dal mare, qualche giorno a casa e poi il weekend di Ferragosto a Roma, assieme a mio marito. Ed è qui che ho avuto una chiara visione del declino della società occidentale come noi la conosciamo.

Intendiamoci: niente a che vedere con “La Grande Bellezza”, o la crisi economica, o il decadimento dei costumi – niente di tutto ciò: la nostra Capitale è bella, con tutte le sue contraddizioni, e per me è sempre un piacere poterla visitare. Ma ho scoperto che esiste questo strumento infernale, che causerà la rovina del mondo occidentale, e forse anche l’estinzione della razza umana tout-court:

Ma anche no, grazie

Il nome tecnico è “selfienator” (consiglio una certa prudenza e qualche filtro, se fate una ricerca in internet: a quanto pare non è l’unico oggetto a portare questo nome, e gli altri non sono adatti ad un’utenza minorenne…), e altro non è che un braccetto periscopico, talora munito di comando a distanza, a cui si può applicare il proprio smartphone o la propria fotocamera per realizzare dei “selfies” a dir poco panoramici.

Voi non potete capire. Abbiamo girato per una Roma ferragostana, abbandonata dai romani ma traboccante di turisti, costantemente circondati da una selva di ‘sti aggeggi, tenuti in mano da gente che li fissa con un’aria così trasognata da ricordare i pupazzetti verdi di Toy Story quando vedono il Gancio.

Un incubo. O una barzelletta, non so.

L’Oscar per la migliore prestazione va ad un turista anglofono, che ha percorso tutta la basilica di San Pietro in Vincoli riprendendo se stesso dal basso, senza guardare quello che aveva intorno ma osservando la propria immagine e il contesto esclusivamente attraverso lo schermo dello smartphone.

E’ riuscito perfino a dare le spalle al Mosè di Michelangelo e guardarlo soltanto attraverso il suo apparecchio, ovviamente assieme al proprio autoritratto.

Io osservavo la cosa un po’ incredula e un po’ inorridita, e ho intercettato lo stesso sguardo da parte di una bella signora con lo hijab. Credo che pensasse anche lei che il declino dell’Occidente non sarà causato dall’ascesa degli altri Paesi, ma dalla totale scomparsa del buon senso nei nostri.

Non guardiamo più le cose con i nostri occhi, solo attraverso lo smartphone. E non ci mettiamo mai “a lato” del paesaggio: abbiamo l’illusione che il paesaggio acquisti significato solo in virtù della nostra presenza.

Non siamo mai qui, mai ora. Siamo sempre altrove.

E mi è venuto in mente il personaggio del fotografo Sean O’ Connell nel film “I sogni segreti di Walter Mitty”. Di fronte al rarissimo leopardo delle nevi, atteso da giorni, il fotografo sceglie di non scattare, ma di vivere intensamente quel momento tutto per sé:

Sometimes I don’t [take the photo]. If I like a moment, for me, personally, I don’t like to have the distraction of the camera. I just want to stay in it. […] Right there. Right here.

Non ho dubbi che la maggior parte di noi volterebbe le spalle al leopardo, riducendolo ad elemento di contorno dell’ennesimo autoscatto.

Mi piace vivere il momento senza la distrazione dell'obiettivo

* Detesto la parola “figliastra”, proprio non mi va giù. Almeno tanto quanto “matrigna”. Se qualcuno conosce delle parole meno arcigne, è pregato di suggerirle.

Alfred de Musset se la faceva sotto (e nemmeno io mi sento proprio a mio agio)

Ogni tanto mi tornano in mente pezzi della mia cultura scolastica, ormai lontana e per alcuni versi poco attinente alla mia attuale vita professionale.

In questi giorni, a causa della “grande novità” del blog e soprattutto dell’ averlo svelato a parenti e amici sulla mia pagina Facebook, esponendomi perciò al loro giudizio, continuo a pensare ad Alfred de Musset.

“[…] veux-tu que je laisse mourir en silence l’énigme de ma vie ?” (Lorenzaccio, acte III, scène 3)

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