Due ricordi.

Ogni tanto i miei pensieri imboccano strade strane, senza che ce li abbia indirizzati io. Un paio di giorni fa, chissà perché, mi sono tornati in mente due episodi che coinvolgono mio padre: la sequenza in cui mi sono tornati alla memoria mi ha fatto pensare che, sotto sotto, ci fosse un messaggio proprio per me.

Il primo episodio è quasi una leggenda, direi. Ne ho sentito parlare ancora prima che papà morisse, quasi trent’anni fa, ma non ho mai avuto modo di chiedergli se fosse vera, e quanto. Conoscendo lui, potrebbe essere vera del tutto. Continue reading “Due ricordi.”

Angelo.

Angelo.

Qualche volta mi chiedo che fine abbia fatto Angelo.
L’ho conosciuto a Roma nell’estate del 1987: io ero al secondo anno di università, lui di anni ne aveva appena sette. Viveva con la sua famiglia (padre, madre e due sorelline più piccole) nel quartiere Laurentino 38: occupavano abusivamente un paio di stanze in quello che avrebbe dovuto essere un asilo, e aveva finito invece per essere la dimora di un’umanità variamente ferita. Angelo e la sua famiglia dormivano tutti insieme, nel letto matrimoniale. E non erano neanche quelli che se la passavano peggio. Continue reading “Angelo.”

Coraggio a rotelle.

C’è stato un tempo in cui io ho avuto paura di amare.
Puntavo con precisione millimetrica uomini che certamente mi avrebbero rifiutata, e costruivo con cura il mio personale sabotaggio. Così conquistavo il diritto di piangermi addosso – che è sempre più facile dell’impegnarsi in una relazione, e sudare per tenerla in piedi – e di incolpare altri per la mia stasi sentimentale.
In poche parole: ero una lagna di zitella. Continue reading “Coraggio a rotelle.”

Ciao Anna, che non mi hai mai delusa.

La mia personale strategia per il buonumore, per tantissimi anni, ha poggiato essenzialmente su due pilastri.

Il primo era una preghiera “per ottenere il buonumore”, attribuita con non so quanto fondamento a Tommaso Moro, che recitavo ogni sera: “Signore, dammi il senso dell’umorismo, concedimi la grazia di comprendere uno scherzo, affinché conosca nella vita un po’ di gioia, e possa farne parte anche ad altri“.

Il secondo pilastro era Anna Marchesini. Continue reading “Ciao Anna, che non mi hai mai delusa.”

Amleto in blue jeans

[Questo post fa parte della #sfidadei30giorni che ho iniziato qui.]

Quando ero alle medie, mio padre – che doveva avere una discreta stima di me – mi regalò l’opera completa di William Shakespeare nell’edizione Einaudi (compresi i Sonetti, con testo originale a fronte). La conservo ancora: sono forse gli unici volumi che mi hanno seguita in tutti i traslochi, con le loro pagine leggere e piacevolmente ingiallite, e con le sovracopertine lucide un po’ rovinate. Dovessi ridurre tutta la mia biblioteca a due voci, terrei la Bibbia e Shakespeare (piangendo un po’ sui romanzi di Tolkien).

Alle medie, quindi, io leggevo Shakespeare in italiano: un’impresa così sproporzionata alla mia età, che mi capitava perfino di leggere le parole in modo sbagliato. Continue reading “Amleto in blue jeans”

L’ultimo concerto.

[Questo post fa parte della #sfidadei30giorni che ho iniziato ieri con questo post.]

Per cinque anni della mia vita, io ho cantato in un coro gospel. Una cosa seria: prove due volte alla settimana, dopo cena, e concerti in giro per il Nord Italia, una volta superato il periodo di rodaggio.

Era faticoso: dopo una giornata di lavoro, una cena veloce o il digiuno, salivo in autobus, arrivavo a Venezia, e camminavo mezz’ora per raggiungere la chiesa evangelica dove facevamo due ore di prove intense. Tornavo a casa verso mezzanotte, e il giorno dopo c’era di nuovo il lavoro.

Era faticoso, ma davvero entusiasmante. Continue reading “L’ultimo concerto.”

C’era una volta

Credo fosse il periodo tra la maturità e il primo anno di università. Mi sentivo un po’ persa, come se fossi alla vigilia di qualcosa di importante, che però non riuscivo a focalizzare. Ero piuttosto ansiosa. E allora scrivevo, scrivevo, scrivevo.

Qualche giorno fa mi è capitato tra le mani un plico di fogli un po’ ingialliti, che ho conservato gelosamente da allora: mi hanno seguito perfino in due traslochi. Risalgono a quel periodo. E avrebbero dovuto essere nientepopodimeno che la mia autobiografia: “Dove si parla di me – ovvero: Tanto per capirmi”.

In pratica, scrivevo per un pubblico che in parte mi intimoriva, ma che – ne ero certa – avrebbe saputo perdonarmi qualsiasi cosa: me stessa.

Siccome non ho mai avuto una particolare attitudine per le forme narrative lunghe, avevo pensato bene di farne un’opera mista: racconti brevi, inframmezzati da autoritratti in versi (alcuni sono già stati pubblicati in questo blog).

Per fortuna mia e soprattutto degli ipotetici lettori, la mia vita non era né così lunga né così larga da sostenere un simile progetto narrativo. La vena creativa si esaurì molto in fretta (in effetti era un capillare, piuttosto che una vena), lasciando dietro di se quattro raccontini e, appunto, una manciata di poesiole.

Forse la cosa più autentica che scrissi allora è l’introduzione.

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Mi chiamo Michela, ho quasi cinquant’anni, e non ho ancora fatto uscire dall’anima quella storia.